Smart working. Non è tutto flessibilità ed autonomia quello che luccica.

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«Una filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità ed autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare, a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati» e così è stato disegnato nella legge n. 81 del 22 maggio scorso, in vigore dal 14 giugno.

Lo smart working non è una nuova tipologia di contratto ma una modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato: al lavoratore è restituita la libertà di svolgere il proprio lavoro nei luoghi e negli orari che gli sono più congeniali, con il solo vincolo della durata massima dell’orario di lavoro, e l’azienda, oltre a risparmiare sui costi, sperimenta nuovi modelli organizzativi e può orientare il lavoratore agile su obiettivi e progetti.

Forme di flessibilità del luogo di lavoro e il lavoro in remoto aprono la strada a nuove possibilità di conciliazione vita-lavoro, esigenza stringente soprattutto per le lavoratrici, e permettono di coniugare il lavoro subordinato con il desiderio di indipendenza da una sede fissa e, spingendoci ancora oltre, con stili di vita mobili.

Alcuni storcono il naso, vedendo nello smartworking l’ennessima trovata per spremere un lavoratore e depredarlo dei diritti che gli sono riconosciuti. In realtà l’accordo individuale tra azienda e lavoratore non prescinde dai fondamentali del lavoro subordinato. Devono essere previsti i tempi di riposo e i tempi di disconnessione dagli strumenti di lavoro, lo stipendio non cambia e si può godere degli incentivi fiscali e dei premi di produzione esattamente come chi resta in ufficio, inoltre l’azienda deve garantire la sicurezza e la salute del lavoratore, esattamente come se fosse seduto alla scrivania davanti all’ufficio del capo.

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