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Lutto

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Quanto dura e fino a che età è possibile il contratto di apprendistato

L’apprendistato rappresenta un contratto di lavoro a tempo indeterminato finalizzato alla formazione e all’inserimento professionale dei giovani, come definito dall’art. 41 del D.Lgs. 81/2015. In questo articolo esamineremo in dettaglio le sue caratteristiche, inclusa l’età massima entro la quale è possibile stipulare un contratto di apprendistato.

Qual è il limite di età per l’apprendistato e altre peculiarità

Il contratto di apprendistato, definito dall’articolo 1 comma 1 del Testo Unico sull’Apprendistato, è una tipologia contrattuale particolare, poiché combina due elementi fondamentali: la prestazione lavorativa e l’attività formativa. Si tratta di un contratto a tempo indeterminato concepito per l’inserimento nel mondo del lavoro dei giovani compresi tra i 15 e i 29 anni, mirando contemporaneamente alla loro formazione.

In questo tipo di contratto, il datore di lavoro è responsabile di retribuire l’apprendista per il suo lavoro, in base alla sua esperienza maturata, e di fornire la formazione necessaria per acquisire le competenze professionali relative al ruolo e alle mansioni assegnate. Inoltre, è previsto che l’apprendista segua un percorso formativo individuale, il quale può essere svolto sia all’interno dell’azienda che presso enti esterni.

Il contratto di lavoro apprendistato è disciplinato dal Decreto Legislativo 15 giugno 2015 n. 81, che prevede tre tipologie di apprendistato:

  • l’apprendistato per la qualifica e il diploma professionale, il diploma di istruzione secondaria superiore e il certificato di specializzazione tecnica superiore, rivolto ai giovani dai 15 ai 25 anni compiuti. Questa forma è finalizzata al conseguimento di una delle predette qualificazioni in ambiente di lavoro;
  • l’apprendistato professionalizzante, ovvero di secondo livello, destinato ai giovani dai 18 ai 29 anni compiuti. Questo tipo di apprendistato mira ad apprendere un mestiere o a ottenere una qualifica professionale;
  • l’apprendistato di alta formazione e ricerca, rivolto ai giovani dai 18 ai 29 anni compiuti. Questa forma di apprendistato è finalizzata al conseguimento di titoli di studio universitari e di alta formazione, inclusi i dottorati di ricerca e i diplomi relativi ai percorsi degli istituti tecnici superiori, per attività di ricerca e praticantato per l’accesso alle professioni ordinistiche.

Il contratto di apprendistato può essere avviato fino al giorno prima che il lavoratore compia 30 anni. Dopo un periodo di tre anni, se non vi è una interruzione del rapporto lavorativo, il contratto di apprendistato si trasforma automaticamente in un contratto subordinato a tempo indeterminato. Una caratteristica distintiva dell’apprendistato rispetto ad altre forme contrattuali è l’importanza della formazione.

Apprendistato professionalizzante: come funziona e quanto dura

Tra le diverse tipologie di apprendistato, vi è quello professionalizzante di secondo livello, rivolto ai lavoratori tra i 18 e i 29 anni. Tuttavia, possono accedere a questa tipologia anche i giovani di 17 anni che posseggono una qualifica professionale rilasciata dal sistema di Istruzione e Formazione.

L’apprendistato professionalizzante implica una formazione specifica dell’apprendista, sotto la guida di un datore di lavoro o di un tutor, mirata all’acquisizione di competenze in un settore professionale. Questo tipo di apprendistato prevede un periodo di prova di 3 mesi. La durata dell’apprendistato varia da un minimo di 6 mesi a un massimo di 3 anni, ma può essere esteso fino a 5 anni nel caso di formazione di tipo artigianale. Al termine del periodo di apprendistato, il lavoratore viene assunto a tempo indeterminato. Il contratto di apprendistato a tempo determinato è possibile e viene utilizzato da datori di lavoro che operano in cicli stagionali.

Il Decreto Legislativo 15 giugno 2015, n. 81 prevede l’assunzione con contratto di apprendistato senza limiti di età per i lavoratori disoccupati o in mobilità. In questo caso, l’apprendistato funge da strumento di qualificazione o riqualificazione professionale per il lavoratore e il datore di lavoro può beneficiare di sgravi contributivi e incentivi sulla retribuzione. L’apprendistato di secondo livello offre vantaggi economici significativi per le aziende, con un’aliquota agevolata che varia nel tempo e in base al numero di dipendenti, offrendo anche agevolazioni sui contributi Inps che in alcune regioni possono arrivare fino al 100%. Sono previsti incentivi e fondi per la formazione dei lavoratori.

La retribuzione nell’apprendistato è generalmente pari al 60% della retribuzione prevista per il livello di inquadramento, con un aumento progressivo fino al 100% nel corso degli anni. Le ore di formazione devono rappresentare almeno il 35% del tempo di lavoro. Gli apprendisti godono delle stesse tutele dei lavoratori dipendenti e possono beneficiare di agevolazioni fiscali e contributive da parte dell’INPS.

Per quanto riguarda la cessazione del rapporto di lavoro, nel caso dell’apprendistato professionalizzante, il datore di lavoro può interrompere il rapporto solo per giusta causa, rispettando i termini del preavviso. In caso di cessazione del rapporto di lavoro, l’apprendista ha diritto alla NASpI, anche se licenziato per giusta causa.

La giusta causa per un licenziamento disciplinare nell’apprendistato include comportamenti gravi come furto, divulgazione non autorizzata di informazioni riservate e danneggiamento volontario di beni aziendali. Al termine dell’apprendistato, il datore di lavoro può interrompere il rapporto senza dover fornire una motivazione specifica. L’apprendista ha il diritto di dare le dimissioni volontarie, rispettando i termini di preavviso previsti dal contratto. Anche in caso di dimissioni volontarie con giusta causa, ad esempio nel caso di mancati pagamenti, l’apprendista ha diritto alla NASpI.

Per avere maggiori informazioni sul contratto di apprendistato rivolgiti allo Studio Riitano: esperti consulenti del lavoro a Milano.

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Permessi per lutto di uno zio, quanti giorni spettano?

La perdita di una persona cara è uno dei momenti più difficili da affrontare. Per questo motivo, la legge prevede un sostegno per i lavoratori che devono affrontare questa sofferenza, offrendo giorni di permesso per lutto di un parente retribuito, incluso lo zio. Vediamo come funzionano questi permessi.

Quanti giorni spettano per la morte di uno zio: cosa sapere

Affrontare un lutto è un momento delicato e doloroso, che richiede tempo e rispetto per elaborare il dolore, soprattutto quando coinvolge direttamente la nostra famiglia. La perdita di un parente stretto è tra gli eventi più traumatici. Per i lavoratori colpiti da questo tipo di lutto, la normativa prevede la possibilità di richiedere un permesso specifico.

Per garantire il diritto del lavoratore di essere presente nella vita familiare, la normativa prevede i congedi familiari, tra cui il congedo per lutto e grave infermità. Questo concede al dipendente fino a 3 giorni di permesso retribuito all’anno, utilizzabili in caso di decesso o grave infermità documentata del coniuge, del convivente o di parente fino al secondo grado. 

Il permesso è valido sia per dipendenti pubblici che privati e richiede una comunicazione al datore di lavoro, accompagnata dalla documentazione necessaria dell’evento accaduto.

Dopo il decesso del coniuge, del convivente o di parenti entro il secondo grado, o affini conviventi indicati nella certificazione anagrafica, è possibile usufruire di 3 giorni di permesso retribuito, i quali possono essere anche non continuativi. 

I parenti di secondo grado ammessi per il lutto includono nonni, fratelli, sorelle e nipoti, senza necessità di convivenza. Una situazione diversa sussiste per i permessi per il lutto di zio o suoceri che se di norma non sono previsti, in alcuni Ccnl vengono inclusi.

Permessi dei dipendenti: altre tipologie

Per situazioni diverse dal lutto, il dipendente può richiedere ferie e permessi, oppure riposi compensativi. Inoltre, per gravi motivi familiari, è previsto un congedo non retribuito, della durata massima di 2 anni nell’arco della vita lavorativa. Tutti i dipendenti possono richiedere questo congedo in casi documentati di gravi motivi familiari, che possono essere utilizzati in modo continuativo o frazionato. Il lavoratore deve presentare una richiesta al datore di lavoro, il quale può anche avvalersi del diniego, comunicando la decisione entro 10 giorni dalla richiesta.

Tra le altre tipologie di congedi vi sono il congedo matrimoniale, che concede al lavoratore un periodo di 15 giorni di assenza retribuita in occasione del proprio matrimonio celebrato civilmente, e il congedo per tossicodipendenza, che prevede un’aspettativa non retribuita di massimo tre anni per il dipendente tossicodipendente o alcooldipendente che intenda seguire programmi terapeutici di riabilitazione.

Per avere maggiori informazioni sui permessi per lutto o se sei alla ricerca di consulenti del lavoro a Milano, contatta lo staff dello Studio Riitano.

Congedo per lutto come procedere
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Congedo per lutto: come procedere?

La normativa sul lavoro prevede in favore dei lavoratori dipendenti il diritto di richiedere un congedo per lutto in caso di decesso di un familiare. Nello specifico si fa riferimento al decesso del coniuge anche se legalmente separato (o della parte dell’unione civile), di un parente entro il 2° grado (anche non convivente) in linea retta o collaterale e di un soggetto che fa parte della famiglia anagrafica.

Quanti giorni di permesso per lutto mi spettano?

Cosa succede sul lavoro quando, purtroppo, si deve affrontare un lutto familiare? Il lavoratore – dipendente pubblico o privato – che ne è colpito deve comunicare all’azienda l’accaduto e i giorni di assenza. Il congedo parentale per lutto è un permesso retribuito: per le ore non lavorate ma coperte da permesso per lutto e grave infermità spetta comunque la retribuzione oltre alla maturazione di ferie, permessi, mensilità aggiuntive e tfr.

In base alla normativa, in alternativa ai permessi per lutto familiare, nei casi di decesso di un familiare il lavoratore può richiedere un periodo di congedo non retribuito. Quanti sono i giorni spettanti per lutto? La legge consente non più di tre giorni all’anno. Affinché vengano autorizzati dall’azienda, il lavoratore deve presentare la documentazione comprovante il diritto all’astensione. Vuoi conoscere meglio l’argomento rispetto al contratto collettivo nazionale della tua categoria? Rivolgiti allo Studio Riitano per una consulenza.

È possibile chiedere le ferie per lutto?

Il permesso retribuito per lutto di un familiare e i giorni di ferie ordinarie sono due situazioni diverse, che prevedono anche una regolamentazione differente. Il congedo lutto, come si è visto, è un permesso retribuito di tre giorni. Il diritto alle ferie è un diritto soggettivo che non può essere messo in discussione. La sua fruizione, tuttavia, deve rispettare le disposizioni delle norme vigenti. Il che implica che non si può parlare di ferie per lutto, ma, appunto, di congedo retribuito. Per legge le ferie devono essere programmate, devono andare incontro alle esigenze non solo del lavoratore, ma anche del datore di lavoro. Le esigenze organizzative aziendali vengono prima delle esigenze individuali. Chiedi ulteriori informazioni ai consulenti dello Studio Riitano.