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Diritti lavoratori

come leggere una busta paga e calcolare la propria retribuzione
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Come leggere una busta paga: calcolo retribuzione lorda e netta

Leggere una busta paga è un passo fondamentale per ogni lavoratore consapevole. Il documento, noto anche come cedolino o prospetto paga, raccoglie tutte le informazioni sul rapporto di lavoro, dalla retribuzione lorda fino al netto che finisce in tasca. Le tante voci possono confondere: è davvero giusto ciò che hai ricevuto? Conoscere come si compone una busta paga ti rassicura e ti permette di verificare la correttezza del pagamento. 

Intestazione: dati del lavoratore e dell’impresa

Nella parte alta troverai i dati essenziali: quelli del lavoratore (nome, codice fiscale, matricola, data di assunzione, qualifica) e quelli dell’azienda (ragione sociale, sede, posizione INPS e INAIL). È qui che si individua il CCNL applicato, fondamentale per comprendere la paghetta base e il livello contrattuale di appartenenza

Retribuzione lorda: la somma di partenza

Subito dopo l’intestazione, si trova la retribuzione lorda, ovvero la somma che precede ogni trattenuta. Comprende lo stipendio base, eventuali superminimi, scatti di anzianità, e ogni voce stabilita dal contratto: straordinari, indennità per lavoro festivo o notturno, premi, il calcolo della quattordicesima o tredicesima . Questo valore rappresenta il punto di partenza per il calcolo del netto.

Voci variabili: presenze, assenze e accantonamenti

Il cuore del cedolino mostra la lunghezza e il peso delle ore lavorate: settimane o ore INPS, ferie e permessi goduti, malattie, maternità, cassa integrazione. In questa sezione compaiono anche le eventuali mensilità anticipate (per esempio anticipo TFR). Qui si distingue tra retribuzione “normale” (mese su mese) e “differita” (presenze di un mese precedente, pagamento il mese successivo).

Trattenute: contributi previdenziali e IRPEF

Nella parte bassa trovi le trattenute. Per i contributi previdenziali l’INPS prevede aliquote intorno al 9,19%, salendo al 9,49% nel settore privato industriale; esiste un contributo aggiuntivo dell’1% sulle retribuzioni superiori a €55.448 annui. Le imposte, calcolate sull’imponibile fiscale, seguono le aliquote IRPEF in vigore: 23% fino a €28.000, 35% fino a €50.000 e 43% oltre. Il cedolino riepiloga l’imponibile IRPEF, le detrazioni e il totale trattenuto.

Il netto in busta: quanto ricevi

Il calcolo dello stipendio netto dal lordo deriva sottraendo dal lordo tutte le trattenute previdenziali, l’IRPEF e eventuali altri oneri come pignoramenti o trattenute volontarie. Quella cifra è l’importo finale accreditato sul tuo conto corrente.

Ferie, permessi e contatori

Il cedolino riporta anche i contatori relativi a ferie e permessi. Ogni voce è classificata in “Residuo” (anni precedenti), “Maturato” (corrente), “Goduto” e “Saldo”. In busta paga sono chiaramente indicate le ore o giornate residue, utili per monitorare quanto ancora ti spetta.

TFR e fine rapporto

L’ultima parte del cedolino spesso riguarda l’accantonamento del Trattamento di Fine Rapporto. Nell’ultima busta paga vengono aggiunti anche i ratei residui di ferie, tredicesima e TFR. Eventuali indennità di mancato preavviso o trattenute come penali o risarcimenti possono modificare l’importo finale .

Come verificare se i calcoli sono corretti

La complessità delle trattenute renderebbe arduo un controllo manuale. Per verificare la correttezza del cedolino busta paga, confronta imponibile INPS e IRPEF applicata con le aliquote note, potendo utilizzare l’aiuto di un patronato o consulente. In particolare, controlla che contributi e imposte rispettino le normative vigenti.

Per dubbi o approfondimenti su ogni voce del cedolino, lo Studio Riitano, un consulente del lavoro a Milano, specialista nella gestione paghe, è a tua disposizione per garantire massima chiarezza e trasparenza.

come funziona cassa integrazione
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Come funziona la cassa integrazione e quanto dura

La cassa integrazione è uno strumento fondamentale del sistema di ammortizzatori sociali italiano, pensato per tutelare i lavoratori in caso di crisi aziendali temporanee o strutturali. Sapere come funziona la cassa integrazione, quali sono le diverse tipologie e quanto dura la cassa integrazione è essenziale per comprendere i propri diritti e doveri in situazioni di difficoltà produttiva.

Cos’è la cassa integrazione e a chi spetta

La Cassa Integrazione Guadagni (CIG) è un contributo economico erogato dallo Stato, tramite l’INPS, per compensare la perdita totale o parziale del reddito dei lavoratori sospesi o con orario ridotto a causa di problemi aziendali. Può essere concessa a operai, impiegati e quadri, mentre ne sono esclusi i dirigenti e i lavoratori a domicilio. Gli apprendisti con contratto professionalizzante sono stati inclusi dal D.lgs. 148/2015.

Come funziona la Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO)

La CIGO, ovvero Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria, si applica in caso di sospensione o riduzione dell’attività lavorativa per motivi temporanei non imputabili al datore o al lavoratore, come crisi di mercato, mancanza di commesse o avversità climatiche. È rivolta principalmente ad aziende industriali (inclusi settori come edilizia, energia, trasporti, calcestruzzo, impianti elettrici, ecc.).

La CIGO mira a sostenere il reddito del lavoratore e a evitare licenziamenti, permettendo alle aziende di mantenere in organico personale già formato, pronto a riprendere l’attività alla fine del periodo di difficoltà.

Quanto dura la cassa integrazione ordinaria

Per quanto riguarda quanto dura la cassa integrazione, la CIGO può essere concessa inizialmente per un periodo massimo di 13 settimane consecutive, prorogabili fino a 52 settimane complessive in un biennio mobile. In determinate aree del Paese o settori specifici, la durata può arrivare a 24 mesi.

Il D.lgs. 148/2015 stabilisce inoltre che la durata complessiva dei trattamenti ordinari e straordinari non possa superare i 24 mesi in un quinquennio mobile, con estensione a 30 mesi per l’edilizia.

Come funziona la Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS)

La Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria si applica in caso di ristrutturazione, riconversione, crisi aziendale grave o procedure concorsuali (fallimento, liquidazione, ecc.). A differenza della CIGO, la CIGS è riservata alle aziende con almeno 15 dipendenti (con soglie diverse per specifici settori come commercio, editoria e trasporti).

L’accesso alla CIGS richiede un piano aziendale approvato, con la partecipazione dei sindacati e la definizione di un programma di rilancio o gestione della crisi.

La cassa integrazione in deroga (CIGD)

La Cassa Integrazione in Deroga (CIGD) si applica alle imprese non coperte da CIGO o CIGS. È utilizzata in situazioni straordinarie e in settori come tessile, abbigliamento, orafo e calzaturiero. Ha una durata massima di 12 mesi e può coprire fino all’80% della retribuzione.

La cassa integrazione per emergenza COVID-19 è stata ampiamente utilizzata, garantendo copertura anche a lavoratori precari, interinali e a domicilio. Il meccanismo di concessione avviene tramite le Regioni, ma il pagamento è gestito dall’INPS.

Fondo di integrazione salariale (FIS): un’alternativa alla cassa

Il Fondo di Integrazione Salariale (FIS), attivo dal 1° gennaio 2016, è un fondo di solidarietà che fornisce un sostegno al reddito ai lavoratori in aziende che non rientrano nella CIGO o nella CIGS. Vi aderiscono datori di lavoro con più di cinque dipendenti appartenenti a settori senza fondi bilaterali specifici. Il FIS interviene in caso di sospensione o riduzione dell’attività e consente di proteggere anche quei lavoratori non coperti dagli strumenti ordinari di integrazione.

Per un’assistenza completa nella gestione di richieste di CIGO, CIGS o CIG in deroga, affidati alla competenza dello Studio Riitano, consulenti del lavoro a Milano, specializzato in consulenza giuslavoristica per aziende e lavoratori.

lavoro precario
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Lavoro precario: significato e diritti

Negli ultimi decenni il fenomeno del lavoro precario è diventato sempre più centrale nel panorama occupazionale italiano ed europeo. La crescente flessibilità richiesta dal mercato e le trasformazioni globali del lavoro hanno moltiplicato le forme contrattuali temporanee, incidendo profondamente sulla stabilità professionale e personale dei lavoratori. Capire cosa significa lavoro precario, quali diritti spettano al lavoratore precario e quali rischi comporta è oggi più che mai fondamentale.

Lavoro precario: significato e caratteristiche principali

Il lavoro precario si riferisce a forme di impiego prive di stabilità contrattuale, con scarsa tutela e spesso retribuzioni insufficienti. Non si limita ai contratti a tempo determinato, ma include anche i contratti a chaimata, il lavoro occasionale, part-time involontario, e persino il lavoro in nero. In sostanza, si parla di lavoro precario ogni volta che mancano continuità, sicurezza e protezione sociale.

Le quattro dimensioni della precarietà lavorativa

Secondo la letteratura più recente, il significato del lavoro precario può essere analizzato attraverso quattro elementi fondamentali: l’insicurezza della continuità contrattuale, la retribuzione inadeguata, le condizioni lavorative degradate e la mancanza di una rete di protezione sociale. Tutti questi aspetti contribuiscono a rendere vulnerabile il lavoratore precario, esponendolo a instabilità e frustrazione.

I settori più colpiti dal lavoro precario

Alcuni ambiti professionali sono particolarmente soggetti alla precarietà lavorativa. Settori come turismo, spettacolo, agricoltura e cultura utilizzano in modo sistematico contratti brevi, spesso giornalieri. Secondo i dati ISTAT del 2022, nel settore dello spettacolo il 45% dei contratti è a tempo determinato di un solo giorno. Percentuali elevate si riscontrano anche tra baristi, cuochi, tecnici audio-video e insegnanti precari nella pubblica amministrazione.

Giovani e donne: i più esposti alla precarietà

La precarietà lavorativa colpisce in particolare i giovani under 35 e le donne. Nel curriculum di molti ragazzi compaiono quasi esclusivamente esperienze precarie, disoccupazione o lavoro nero. Spesso queste esperienze sono accompagnate da retribuzioni basse, insicurezza e, in alcuni casi, maltrattamenti sul posto di lavoro.

Diritti del lavoratore precario: cosa prevede la legge

Nonostante l’instabilità, il lavoratore precario ha comunque diritto a tutele minime. Anche chi lavora con contratti brevi o intermittenti ha diritto alla retribuzione minima, alle ferie, al TFR, alla malattia e alla sicurezza sul lavoro. Tuttavia, la debolezza contrattuale e la discontinuità rendono spesso difficile esercitare effettivamente questi diritti.

Il ruolo del welfare nella precarietà lavorativa

La precarietà lavorativa è aggravata da un sistema di welfare che non riesce a proteggere chi lavora in condizioni frammentate. Le indennità di disoccupazione, le pensioni e gli ammortizzatori sociali faticano a garantire copertura per chi alterna lavoro e disoccupazione, o svolge attività saltuarie e part-time non voluti.

Se stai vivendo una situazione di precarietà lavorativa o desideri tutelare i tuoi diritti come lavoratore precario, puoi rivolgerti con fiducia allo Studio Riitano, consulente del lavoro a Milano specializzato in diritto del lavoro e nella tutela dei lavoratori in condizioni di fragilità.

Richiesta aspettativa non retribuita
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Aspettativa non retribuita: cos’è e come richiederla

L’aspettativa non retribuita è quel periodo di tempo durante il quale il lavoratore può, per legge, assentarsi dal posto di lavoro, senza, però, percepire la retribuzione. Se viene accettata la richiesta di aspettativa non retribuita, pertanto, è possibile mantenere il proprio posto, rinunciando a ricevere alcun trattamento economico dal proprio datore di lavoro.

Richiesta di aspettativa non retribuita: motivi personali e settore pubblico

Come per l’aspettativa retribuita, anche nel caso della richiesta di aspettativa non retribuita, quando viene accolta, si conserva il posto per tutto il periodo dell’assenza effettiva dal luogo di lavoro. L’art. 4 L. 53/2000 e artt. 2 e 3 D.M. n. 278/2000 consentono al lavoratore di effettuare una richiesta di aspettativa non retribuita per motivi personali – nel limite di 2 anni continuativi o frazionati – per gravi motivi familiari. Vuoi sapere in quali casi specifici si può beneficiare di questo periodo di assenza? Ti interessa capire se è possibile procedere alla richiesta di aspettativa non retribuita nel settore pubblico? Per queste e altre esigenze lo Studio Piga Riitano, specializzato in consulenza del lavoro, può darti il giusto supporto.

Aspettativa non retribuita: commercio e metalmeccanici

Per una richiesta di aspettativa non retribuita per gravi motivi familiari, occorre fare riferimento alla procedura prevista dal Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro (CCNL) della categoria professionale di appartenenza. Lavori nel commercio? Per l’aspettativa non retribuita, secondo il CCNL Commercio, il datore di lavoro è tenuto entro 10 giorni dalla richiesta a comunicarne al dipendente l’accoglimento o il diniego. I casi d’urgenza dovranno invece essere esaminati entro 3 giorni lavorativi. Cosa succede in caso di diniego, slittamento a un periodo successivo o concessione parziale del congedo? E come funziona l’aspettativa non retribuita per il CCNL metalmeccanici? Per chiarirti le idee e sapere com’è meglio agire, contatta lo Studio Piga Riitano, pronto ad assisterti.

Congedo per lutto come procedere
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Congedo per lutto: come procedere?

La normativa sul lavoro prevede in favore dei lavoratori dipendenti il diritto di richiedere un congedo per lutto in caso di decesso di un familiare. Nello specifico si fa riferimento al decesso del coniuge anche se legalmente separato (o della parte dell’unione civile), di un parente entro il 2° grado (anche non convivente) in linea retta o collaterale e di un soggetto che fa parte della famiglia anagrafica.

Quanti giorni di permesso per lutto mi spettano?

Cosa succede sul lavoro quando, purtroppo, si deve affrontare un lutto familiare? Il lavoratore – dipendente pubblico o privato – che ne è colpito deve comunicare all’azienda l’accaduto e i giorni di assenza. Il congedo parentale per lutto è un permesso retribuito: per le ore non lavorate ma coperte da permesso per lutto e grave infermità spetta comunque la retribuzione oltre alla maturazione di ferie, permessi, mensilità aggiuntive e tfr.

In base alla normativa, in alternativa ai permessi per lutto familiare, nei casi di decesso di un familiare il lavoratore può richiedere un periodo di congedo non retribuito. Quanti sono i giorni spettanti per lutto? La legge consente non più di tre giorni all’anno. Affinché vengano autorizzati dall’azienda, il lavoratore deve presentare la documentazione comprovante il diritto all’astensione. Vuoi conoscere meglio l’argomento rispetto al contratto collettivo nazionale della tua categoria? Rivolgiti allo Studio Riitano per una consulenza.

È possibile chiedere le ferie per lutto?

Il permesso retribuito per lutto di un familiare e i giorni di ferie ordinarie sono due situazioni diverse, che prevedono anche una regolamentazione differente. Il congedo lutto, come si è visto, è un permesso retribuito di tre giorni. Il diritto alle ferie è un diritto soggettivo che non può essere messo in discussione. La sua fruizione, tuttavia, deve rispettare le disposizioni delle norme vigenti. Il che implica che non si può parlare di ferie per lutto, ma, appunto, di congedo retribuito. Per legge le ferie devono essere programmate, devono andare incontro alle esigenze non solo del lavoratore, ma anche del datore di lavoro. Le esigenze organizzative aziendali vengono prima delle esigenze individuali. Chiedi ulteriori informazioni ai consulenti dello Studio Riitano.