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Licenziamento illegittimo

licenziamenti, indennità e tutela
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Licenziamenti 2025: tutela e indennità per licenziamenti illegittimi

Il tema dei licenziamenti, soprattutto se considerati illegittimi, è centrale nel diritto del lavoro italiano. Quando un lavoratore viene licenziato senza giusta causa o senza il rispetto delle procedure previste dalla legge, entra in gioco un articolato sistema di tutele che mira a garantire un’equa compensazione e, nei casi più gravi, il reintegro nel posto di lavoro. La normativa distingue tra lavoratori assunti prima e dopo il 7 marzo 2015, data d’introduzione del contratto a tutele crescenti attraverso il Jobs Act.

Licenziamenti illegittimi: cosa sono e quando si verificano

Un licenziamento è considerato illegittimo quando è intimato:

  • per motivi discriminatori o illeciti (licenziamento nullo);
  • in assenza di giusta causa o giustificato motivo oggettivo o soggettivo (licenziamento annullabile);
  • senza il rispetto delle modalità procedurali previste dalla legge (licenziamento inefficace).

In ciascuno di questi casi, il lavoratore ha diritto a specifiche forme di tutela, che possono includere la reintegrazione nel posto di lavoro e/o un’indennità di licenziamento proporzionale all’anzianità di servizio.

Contratto a tutele crescenti: cosa prevede per i licenziamenti

Per i lavoratori assunti con contratto a tempo indeterminato dal 7 marzo 2015, si applica il regime delle tutele crescenti, previsto dal Jobs Act. Questo modello disciplina i licenziamenti illegittimi nei seguenti modi:

  • Reintegrazione solo nei casi di licenziamento discriminatorio, nullo o con insussistenza del fatto materiale contestato (in ambito disciplinare);
  • Indennità fissa e crescente in base all’anzianità in caso di assenza di giustificato motivo o giusta causa;
  • Risarcimento danni fino a un massimo di 12 mensilità;
  • Versamento dei contributi per tutto il periodo di illegittima estromissione;
  • Indennità sostitutiva della reintegrazione pari a 15 mensilità, a scelta del lavoratore.

Licenziamenti con vizi formali: le conseguenze per il datore

In caso di licenziamento effettuato senza rispettare la procedura corretta (es. forma scritta, mancata comunicazione delle motivazioni), il lavoratore ha comunque diritto a un indennizzo fisso, proporzionale all’anzianità. Anche in questi casi non è prevista la reintegrazione, ma solo una sanzione economica.

Tutela reale per i lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015

Per i lavoratori assunti prima dell’entrata in vigore del Jobs Act, la legge distingue tra tutela reale e tutela obbligatoria. La tutela reale si applica alle aziende con più di 15 dipendenti per unità produttiva o oltre 60 complessivi. In caso di licenziamenti illegittimi per mancanza di giusta causa o giustificato motivo, il lavoratore ha diritto alla reintegrazione nel posto di lavoro. Inoltre, spetta un’indennità risarcitoria che può arrivare fino a 12 mensilità, il versamento dei contributi previdenziali per l’intero periodo di estromissione e, in alternativa alla reintegrazione, il lavoratore può optare per un’indennità sostitutiva.

Licenziamenti nulli e discriminatori: tutele automatiche

Il licenziamento nullo, cioè basato su motivazioni discriminatorie come quelle politiche, religiose, razziali o di genere, comporta automaticamente la reintegrazione del lavoratore. A questa si aggiunge un’indennità risarcitoria non inferiore a 5 mensilità e la ricostruzione integrale della posizione contributiva. In questo tipo di licenziamento, la tutela si applica a prescindere dalla dimensione dell’impresa e dalla data di assunzione del dipendente.

Tutela obbligatoria nelle aziende più piccole

Nelle aziende che non superano i 15 dipendenti per sede o i 60 in totale, la legge prevede la tutela obbligatoria. In caso di licenziamento illegittimo, il datore di lavoro può scegliere se riassumere il dipendente oppure pagare un’indennità compresa tra 2,5 e 6 mensilità dell’ultima retribuzione. In entrambi i casi, il rapporto di lavoro si considera estinto e il lavoratore non ha diritto alla reintegrazione. Anche questa forma di tutela si applica ai lavoratori assunti prima del 7 marzo 2015.

Conciliazione e offerte economiche alternative

Il datore di lavoro può proporre al lavoratore, prima dell’avvio di un giudizio, una conciliazione basata su un’offerta economica predefinita. Tale somma, commisurata all’anzianità di servizio, non è soggetta a tassazione e consente di estinguere il rapporto di lavoro. L’accettazione del licenziamento concordato implica la rinuncia del lavoratore a impugnare il licenziamento e a procedere con un’azione legale.

Per un’analisi personalizzata o per ricevere assistenza legale e consulenziale in materia di licenziamenti, affidati ad un consulente del lavoro a Milano. Lo Studio Riitano è a disposizione con un team specializzato in diritto del lavoro.

licenziamento collettivo procedura
news
Che cos’è il licenziamento collettivo e qual è la procedura?

Quando un datore di lavoro si ritrova a dover ridurre il personale, può avviare una procedura di licenziamento collettivo. Non tutte le imprese possono accedere a questa modalità, visto che devono sussistere determinati requisiti. In questo articolo, approfondiamo il funzionamento del licenziamento collettivo e della sua procedura.

Cosa si intende per licenziamento collettivo?

Il licenziamento per riduzione del personale rappresenta una procedura a disposizione delle aziende (che soddisfano specifici requisiti) che procedono a una contrazione della forza lavoro nei casi previsti dalla normativa. Questo processo può essere avviato dai datori che occupano più di 15 dipendenti e che intendono ridurre il personale con più di 5 licenziamenti, messi in atto in un periodo di 120 giorni, realizzati nella medesima unità produttiva o per più unità produttive, nel territorio della stessa provincia. 

Oltre ai requisiti numerici, il licenziamento collettivo prevede requisiti causali, ovvero devono essere motivati dalla trasformazione o riduzione dell’attività produttiva oppure da un processo unitario di riorganizzazione delle attività dell’azienda, che porta a un’eccedenza di personale. Nel caso di cessione dell’impresa, viene avviata la procedura di licenziamento collettivo. La normativa di riferimento è la Legge 223/1991, che disciplina il licenziamento collettivo.

Licenziamenti collettivi: la procedura da seguire

Per quanto riguarda la procedura da avviare per effettuare il licenziamento dei dipendenti, si parte con una comunicazione preventiva indirizzata alle rappresentanze sindacali, che serve per informare in merito al proposito di ridurre il personale, fornendo le ragioni del licenziamento collettivo e il numero di lavoratori che saranno coinvolti. 

Successivamente, le RAS e le associazioni sindacali possono richiedere un esame per analizzare nel dettaglio le ragioni degli esuberi, entro una settimana dalla comunicazione dell’azienda. Durante questo processo, vengono presi in esame anche fattori come la possibilità di reinserimento dei lavoratori e le misure sociali di riqualificazione. Questa fase deve essere completata entro 45 giorni, o entro la metà del tempo se il licenziamento collettivo coinvolge meno di 10 dipendenti. Al termine di questo periodo si arriva alla stipula di un accordo sindacale. 

Si procede poi con la fase amministrativa, che può accadere se l’esito dell’esame congiunto è negativo. Qualora non sia stato trovato un accordo sindacale tra le parti, si avvia un’altra fase di consultazione da parte degli organi amministrativi, della durata di 30 giorni (15 per i licenziamenti con meno di 10 lavoratori). 

L’ultima fase riguarda l’intimazione dei licenziamenti, durante la quale il lavoratore procede con il licenziamento dei lavoratori in esubero, fornendo una comunicazione per iscritto e rispettando il periodo di preavviso. I licenziamenti devono essere intimanti nell’arco di 120 giorni dal completamento della procedura. Inoltre, la selezione dei lavoratori coinvolti nel licenziamento avviene in base a dei criteri stabiliti nell’accordo sindacale.

Licenziamento collettivo e l’impugnazione: come funziona

Nell’ambito della riduzione del personale, il licenziamento può essere impugnato entro 60 giorni qualora manchi la comunicazione formale per iscritto, che rende il licenziamento nullo e porta a una condanna del datore. Il lavoratore ha diritto al reintegro nel posto di lavoro e, inoltre, il datore deve risarcire il danno, fornendo un’indennità che copre il periodo dall’atto di licenziamento sino alla reintegrazione, con un minimo di 5 mensilità dell’ultima retribuzione complessiva. Il datore deve versare anche la contribuzione previdenziale e assistenziale per tutto il periodo di illegittima estromissione. 

Un’altra situazione che può portare a impugnare il licenziamento è la mancata osservanza delle corrette procedure di consultazione sindacale. In questo caso il datore di lavoro è tenuto a corrispondere un’indennità che varia tra un minimo di 12 e un massimo di 24 mensilità dell’ultima retribuzione globale del lavoratore. Infine, l’impugnazione può essere anche basata sulla violazione dei criteri di selezione, portando al reintegro del lavoratore nel suo posto e al risarcimento del danno mediante un’indennità che copre il periodo di estromissione, con un massimo di 12 mensilità, oltre al pagamento della contribuzione per lo stesso periodo.

Per avere maggiori informazioni sul licenziamento collettivo o se sei alla ricerca di un consulente del lavoro, rivolgiti allo Studio Riitano. 

Licenziamento illegittimo
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Licenziamento illegittimo, che cos’è, come funziona e come chiedere risarcimento danni 

Si parla di un caso di licenziamento illegittimo quando il datore di lavoro decide di interrompere il rapporto professionale con un dipendente per una ragione non prevista dal diritto del lavoro. 

Quando è previsto il risarcimento danni per licenziamento non legittimo 

In situazioni di licenziamento illegittimo sono previste forme di tutela a favore del lavoratore interessato dal provvedimento in base alla dimensione dell’azienda, alla gravità del vizio che inficia il licenziamento e alla data di assunzione. In particolare si possono prospettare due conseguenze.

Una consiste nella reintegrazione sul posto del dipendente licenziato illegittimamente. Al lavoratore viene restituito il suo lavoro e gli sono corrisposte le retribuzioni maturate fino al giorno della ripresa in servizio. La seconda prevede il risarcimento danni per licenziamento illegittimo: per legge, cioè, è previsto il versamento di un importo a titolo di ristoro che il giudice può variare in relazione alle circostanze concrete come, per esempio, l’anzianità di servizio).

A prescindere, poi, dalla motivazione addotta si configurano casi di licenziamenti nulli se sono determinati da fattori legati al credo politico o alla fede religiosa, all’appartenenza al sindacato e alle attività sindacali; alla discriminazione sindacale, politica, razziale, religiosa, di lingua o sesso, di handicap, di età o basata sull’orientamento sessuale o su convinzioni personali, a matrimoni o gravidanze; ritorsioni e rappresaglia, licenziamento orale (non comunicato in forma scritta). Chiedete una consulenza allo Studio Riitano, specializzato in diritto del lavoro. 

Licenziamento illegittimo e risarcimento danni: altri casi 

Per quanto riguarda il tema del licenziamento illegittimo e risarcimento danni, la Corte di Cassazione ha stabilito che è legittimo limitare l’entità del risarcimento del danno a quattro anni dalla risoluzione del rapporto. Con la Sentenza n. 18282, respingendo il ricorso del lavoratore, viene precisato che l’entità del risarcimento deve rientrare nel limite della prevedibilità del pregiudizio, parametro di determinazione del danno risarcibile che consiste in un giudizio di probabilità del verificarsi di un danno futuro, da coniugare al criterio di regolarità causale.

Quand’è che si parla di licenziamento inefficace? Accade quando l’intimazione avviene in forma orale, ovvero non per iscritto, senza rispettare la procedura o la modalità prescritta dalla legge, dunque senza motivazione o in violazione della procedura di licenziamento disciplinare (senza dare al dipendente la possibilità di difendersi).

Per quanto riguarda le novità introdotte dalla Riforma Fornero per i licenziamenti, il lavoratore licenziato ingiustamente in un’azienda con meno di 15 dipendenti ha diritto alla tutela obbligatoria. In mancanza di giusta causa o giustificato motivo, il giudice annulla il licenziamento e obbliga il datore a riassumerlo entro 3 giorni oppure a risarcirlo con una indennità che va da minimo 2,5 a massimo 6 mensilità. Entro quando si può impugnare un licenziamento illegittimo? Contattate Studio Riitano.