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Famiglia numerosa

Tfr nel fondo pensione
Career  ·  Gestione del personale  ·  Life  ·  news  ·  Rapporti lavorativi
Tfr nel fondo pensione, quanto e perché conviene

Il TFR (Trattamento di Fine Rapporto) rappresenta una risorsa importante per i lavoratori dipendenti. La scelta di destinarlo a un fondo pensione invece di lasciarlo in azienda può garantire vantaggi significativi. Analizziamo insieme i motivi di questa convenienza.

Cos’è il TFR e come funziona il fondo pensione

Il TFR è una somma accantonata mensilmente dal datore di lavoro, pari al 6,91% della retribuzione lorda, liquidata al termine del rapporto lavorativo. Entro sei mesi dall’assunzione, il lavoratore può decidere se:

  • Lasciarlo in azienda, dove sarà rivalutato annualmente (1,5% fisso + 75% dell’inflazione).
  • Destinarlo a un fondo pensione per costruire una previdenza complementare.

Se non si effettua una scelta, il TFR viene trasferito automaticamente al fondo pensione di riferimento tramite il meccanismo del silenzio-assenso.

I vantaggi del TFR nel fondo pensione

  1. Integrazione della pensione pubblica
    Il sistema pensionistico italiano è in difficoltà, con assegni sempre più ridotti rispetto agli stipendi percepiti. Destinare il TFR a un fondo pensione consente di garantire una maggiore sicurezza economica futura.
  2. Rendimenti superiori
    A differenza del TFR lasciato in azienda, che non offre rendimenti significativi, i fondi pensione investono sui mercati finanziari. Questo può garantire rendimenti maggiori nel lungo periodo.
  3. Flessibilità e accesso anticipato
    I fondi pensione permettono di richiedere anticipazioni o riscatti nei casi previsti dalla legge, come l’acquisto della prima casa o spese sanitarie.

Fondo pensione e vantaggi fiscali

Uno dei principali motivi per scegliere il fondo pensione riguarda la tassazione:

  • TFR lasciato in azienda: aliquote IRPEF tra il 23% e il 43%.
  • TFR nel fondo pensione: tassazione ridotta al 15%, che può scendere fino al 9% con una permanenza di oltre 35 anni.

Anche i rendimenti del fondo godono di un trattamento fiscale agevolato: 12,5% per titoli di Stato e 20% per altri investimenti, contro il 26% previsto per altre forme di risparmio.

I benefici per le aziende

Le aziende beneficiano di deduzioni fiscali maggiorate (6% per meno di 50 dipendenti, 4% per le altre) e della riduzione dei contributi INPS (0,20% al Fondo di Garanzia e 0,28% di oneri impropri). Inoltre, non devono rivalutare il TFR, risparmiando costi annuali significativi.

TFR fondo pensione: una scelta vantaggiosa per il futuro

Investire il TFR nel fondo pensione consente di costruire una sicurezza economica a lungo termine, sfruttando vantaggi fiscali e finanziari sia per i lavoratori che per le aziende. Per un supporto nella scelta e nella gestione della tua previdenza complementare, affidati all’esperienza dello Studio Riitano, pronto a guidarti verso il tuo futuro pension

mettere in regola colf
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Quanto costa mettere in regola la colf: guida completa

Mettere in regola una colf è un passo importante per garantire un rapporto lavorativo trasparente e rispettoso delle normative. Tuttavia, questo processo richiede una comprensione approfondita dei costi e delle modalità di assunzione. In questa guida esamineremo come funziona l’assunzione di una colf, quali sono le opzioni disponibili e quanto costa effettivamente alle famiglie.

Come mettere in regola una colf: modalità di assunzione

Assumere una colf in regola può essere fatto attraverso diverse modalità:

  1. Libretto Famiglia
    Ideale per chi necessita di un aiuto occasionale, il Libretto Famiglia è uno strumento messo a disposizione dall’INPS. Permette di regolarizzare la colf per poche ore settimanali, con un limite annuo di 2.500 euro per famiglia. Ogni ora lavorata viene pagata 10 euro, di cui 8 euro rappresentano il compenso netto al lavoratore.
  2. Contratto Collettivo Nazionale Colf e Badanti
    Per chi necessita di un rapporto continuativo, è necessario stipulare un contratto subordinato regolato dal CCNL domestici. Questo contratto tiene conto del livello di esperienza e autonomia della colf, stabilendo il corretto inquadramento e la retribuzione minima prevista.
  3. Agenzie per il lavoro
    Le agenzie possono occuparsi sia della selezione della colf che della gestione del contratto. Questo servizio, pur essendo più costoso, garantisce il rispetto delle normative.

Contratto colf e badanti: inquadramento e costi

La scelta del livello contrattuale è fondamentale per determinare il costo complessivo di una colf. I principali livelli di inquadramento sono:

  • Livello A: Mansioni semplici con supervisione. Compenso orario minimo: 7,89 euro.
  • Livello B: Collaboratori domestici con esperienza di almeno 12 mesi. Compenso orario minimo: 9,53 euro.
  • Livello D: Colf altamente autonome, come governanti o maggiordomi. Compenso orario minimo: 12,71 euro.

Per un contratto part-time di 20 ore settimanali, il costo mensile per la famiglia varia da 683 euro (Livello A) a oltre 1.100 euro (Livello D).

A questi importi si aggiungono:

  • Contributi previdenziali: Versati ogni trimestre.
  • Tredicesima e ferie: Obblighi contrattuali.
  • Cassa Colf: Assicurazione contro gli infortuni.
  • TFR (Trattamento di Fine Rapporto): Accantonato per la fine del rapporto lavorativo.

Contratto colf a ore: flessibilità e costi

Per chi preferisce un contratto a ore, i costi si calcolano sulla base delle ore lavorate. Ad esempio, una colf pagata secondo il minimo contrattuale del Livello B ha un costo medio orario di circa 9,53 euro. Tuttavia, la cifra può aumentare in base alla città o all’esperienza della colf.

Vantaggi di mettere in regola una colf

Mettere in regola una colf non solo tutela il lavoratore, ma anche la famiglia da possibili sanzioni legali. Inoltre, garantisce:

  • Copertura assicurativa per infortuni sul lavoro.
  • Contributi pensionistici per il lavoratore.
  • Un rapporto professionale trasparente e duraturo.

Come risparmiare mettendo in regola una colf

Mettere in regola una colf è un investimento che garantisce tranquillità e legalità. Per una gestione corretta del contratto e per ridurre al minimo le complessità burocratiche, affidarsi a professionisti del settore, come lo Studio Riitano, può essere una scelta strategica. Lo Studio offre consulenze personalizzate per assicurare un rapporto lavorativo in regola e senza rischi.

preavviso dimissioni contratto indeterminato
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Preavviso dimissioni nel tempo indeterminato: come calcolare i giorni

La gestione delle dimissioni da un contratto a tempo indeterminato è regolata da precise normative che includono il rispetto di un periodo di preavviso. Questo obbligo permette al datore di lavoro di trovare un sostituto adeguato, garantendo una transizione fluida. Vediamo nel dettaglio come calcolare i giorni di preavviso, le modalità di comunicazione e le eventuali conseguenze del mancato rispetto di tali obblighi.

Come calcolare il preavviso per le dimissioni da contratto a tempo indeterminato

Il periodo di preavviso varia in base a diversi fattori, tra cui il tipo di contratto, il livello di inquadramento, l’anzianità e il settore contrattuale (CCNL) di appartenenza. In generale, ecco i criteri principali:

  • Lavoratori full-time:
    • Fino a 5 anni di anzianità: 8 giorni di calendario.
    • Più di 5 anni di anzianità: 15 giorni di calendario.
  • Lavoratori part-time:
    • Fino a 2 anni di anzianità: 4 giorni di calendario.
    • Più di 2 anni di anzianità: 8 giorni di calendario.

I giorni di preavviso vengono calcolati includendo sia i festivi sia i feriali, ma non possono coincidere con assenze per ferie, malattia o infortunio, che interrompono il conteggio. È importante rispettare queste regole per evitare sanzioni economiche.

Regole specifiche del CCNL e modalità di decorrenza

Molti Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (CCNL) prevedono regole specifiche sul calcolo del preavviso. Ad esempio, nel settore terziario:

  • Fino a 90 giorni di preavviso per livelli alti con oltre 10 anni di anzianità.
  • Riduzione a 45 giorni per anzianità inferiore a 5 anni.
  • Livelli inferiori possono richiedere 20 o 45 giorni, a seconda dell’anzianità.

La decorrenza del preavviso generalmente inizia il 1° o il 16° giorno del mese. Ad esempio, se una comunicazione viene inoltrata il 18 giugno, il conteggio partirà dal 1° luglio.

Conseguenze del mancato rispetto del preavviso

Se il lavoratore non rispetta i giorni di preavviso, il datore di lavoro può trattenere un’indennità di mancato preavviso, equivalente alla retribuzione spettante per i giorni non lavorati. Allo stesso modo, il datore di lavoro può rinunciare al preavviso, consentendo una risoluzione immediata del rapporto, purché tale accordo sia formalizzato per iscritto.

Esenzioni e casi particolari

Il preavviso non è richiesto in alcune circostanze, tra cui:

  • Dimissioni per giusta causa: il rapporto si interrompe immediatamente.
  • Dimissioni durante il periodo di prova.
  • Lavoratrici in maternità: esenzione valida fino al compimento del primo anno di vita del figlio.
  • Accordo consensuale tra le parti.

Dimissioni telematiche: come procedere

Dal 12 marzo 2016, le dimissioni volontarie devono essere comunicate esclusivamente online tramite i moduli disponibili sul portale del Ministero del Lavoro. La procedura può essere gestita in autonomia o con l’assistenza di intermediari autorizzati, come consulenti del lavoro.

Rispettare le norme sulle dimissioni da contratto a tempo indeterminato è fondamentale per evitare sanzioni economiche e mantenere un buon rapporto professionale con l’ex datore di lavoro. Per ulteriori chiarimenti o supporto nelle procedure, puoi affidarti all’esperienza dello Studio Riitano il consulente del lavoro a Milano.

ddl lavoro novità 2025
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Ddl lavoro: novità su smart working, dimissioni, prova e contratti a termine

Il ddl lavoro è ufficialmente legge, portando significative modifiche per lavoratori e imprese. Con l’obiettivo di semplificare le normative e rendere il mercato del lavoro più dinamico, il decreto introduce importanti aggiornamenti in tema di smart working, dimissioni, periodo di prova e contratti flessibili. Esaminiamo nel dettaglio le principali novità.

Smart working: le nuove disposizioni

Con il ddl lavoro, sono introdotte nuove regole per il lavoro agile. Ora, il datore di lavoro ha l’obbligo di comunicare telematicamente al Ministero del Lavoro i nominativi dei dipendenti coinvolti e le date di inizio e fine dello smart working entro cinque giorni dall’avvio o dalla conclusione. Questa misura punta a garantire maggiore tracciabilità e organizzazione, rendendo il lavoro agile più strutturato.

Dimissioni: novità sulla risoluzione automatica

Tra i cambiamenti più rilevanti introdotti dal ddl lavoro figura l’art. 19, che regola le dimissioni. L’assenza ingiustificata del lavoratore protratta oltre 15 giorni (o il periodo previsto dal contratto collettivo) comporta la risoluzione del rapporto senza necessità di dimissioni telematiche.

Il datore di lavoro deve segnalare l’assenza all’Ispettorato del Lavoro, che verificherà la validità delle ragioni fornite. In assenza di giustificazioni valide, il lavoratore perderà il diritto alla Naspi, poiché non si tratta di disoccupazione involontaria. 

Contratti a termine: maggiore flessibilità

Il decreto introduce modifiche significative per i contratti a termine e la somministrazione di lavoro. Tra le novità principali, l’eliminazione di alcuni limiti riguardanti la durata complessiva delle missioni a tempo determinato, che era fissata a 24 mesi.

Inoltre, per i lavoratori assunti da agenzie di somministrazione con contratti a tempo indeterminato, vengono esclusi i vincoli del tetto del 30% rispetto ai contratti stabili dell’azienda utilizzatrice. 

Anche i lavori stagionali ricevono maggiore attenzione. Viene ampliata la definizione di “stagionale”, includendo intensificazioni di attività legate a esigenze tecnico-produttive e cicli stagionali.

Periodo di prova: nuovi criteri

L’art. 13 del ddl lavoro ridefinisce i parametri del periodo di prova per i contratti a termine. La durata viene calcolata in base a un giorno di prova per ogni 15 giorni di calendario, con limiti minimi e massimi:

  • Per contratti inferiori a 6 mesi: almeno 2 giorni e non oltre 15 giorni.
  • Per contratti tra 6 e 12 mesi: almeno 2 giorni e non oltre 30 giorni.

Questa modifica punta a garantire uniformità e trasparenza nei rapporti di lavoro, salvaguardando le esigenze di entrambe le parti.

Ddl lavoro: una riforma per il futuro

Le novità introdotte dal decreto lavoro rappresentano un passo avanti verso un mercato del lavoro più flessibile e adattabile. Semplificazioni per lo smart working, nuove regole per i contratti a termine e una maggiore chiarezza sul periodo di prova evidenziano l’impegno del legislatore nel favorire l’equilibrio tra le esigenze delle imprese e i diritti dei lavoratori.

Per approfondire come il ddl lavoro possa influire sulla tua azienda o sul tuo contratto di lavoro, rivolgiti a professionisti esperti, come lo staff dello Studio Riitano, sempre aggiornato sulle normative e pronto a offrirti la consulenza necessaria.

trf o fondo pensione
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Tfr o fondo pensione: quale scegliere in base a tassazione e rendimento

Il trattamento di fine rapporto (TFR) rappresenta un’importante risorsa per i lavoratori dipendenti, accumulata nel corso del rapporto lavorativo e liquidata alla sua conclusione. La scelta tra mantenere il TFR in azienda o destinarlo a un fondo pensione può avere un impatto significativo sul valore accumulato, sui tempi di pagamento e sulle implicazioni fiscali. Analizziamo le differenze e i vantaggi di ciascuna opzione.

TFR in azienda o fondo pensione: tassazione a confronto

Uno dei principali fattori da considerare riguarda il regime fiscale applicato.

  • Tassazione del TFR in azienda: le somme vengono tassate al momento della liquidazione con un’aliquota media calcolata sugli ultimi cinque anni di reddito. Tale aliquota, in ogni caso, non può essere inferiore al 23%.
  • Tassazione nel fondo pensione: le somme accantonate nei fondi di previdenza complementare beneficiano di una tassazione più favorevole. I contributi versati a partire dal 2007 sono soggetti a un’aliquota massima del 15%, che si riduce dello 0,30% per ogni anno di adesione oltre i 15 anni, fino a un minimo del 9%.

Questa differenza di tassazione può portare a un notevole risparmio per i lavoratori che optano per il fondo pensione, soprattutto nei casi di lunghe carriere contributive.

Rendimento: rivalutazione del TFR e performance del fondo pensione

Un altro elemento chiave è il rendimento delle somme accantonate.

  • TFR in azienda: la rivalutazione è regolata da un tasso fisso dell’1,5% annuo più il 75% dell’aumento dell’indice ISTAT dei prezzi al consumo. Questo garantisce una crescita stabile ma contenuta.
  • Fondo pensione rendimento: le somme destinate a un fondo pensione vengono investite nei mercati finanziari, seguendo il profilo di rischio scelto dal lavoratore (prudente, bilanciato o dinamico). Ciò può tradursi in rendimenti significativamente più elevati rispetto alla rivalutazione in azienda, ma comporta anche un grado di incertezza legato all’andamento dei mercati.

Accessibilità e tempi di pagamento

Il TFR lasciato in azienda è liquidato al termine del rapporto di lavoro. Tuttavia, la legge prevede specifiche condizioni per ottenere anticipazioni: ad esempio, il 70% per spese sanitarie o il 30% per necessità personali dopo almeno otto anni di servizio.

Diversamente, nel caso del fondo pensione, è possibile richiedere anticipazioni per motivi analoghi, ma anche per altre esigenze come l’acquisto della prima casa. Inoltre, i tempi di pagamento del fondo pensione sono strettamente legati all’età pensionabile, rendendo le somme meno accessibili in situazioni straordinarie rispetto al TFR in azienda.

Quale scegliere: vantaggi e considerazioni finali

La scelta tra TFR e fondo pensione dipende dalle priorità del lavoratore:

  • TFR in azienda è più indicato per chi cerca stabilità e accesso alle somme accantonate a breve termine.
  • Fondo pensione rappresenta un’opzione vantaggiosa per chi desidera massimizzare i risparmi a lungo termine, beneficiando di rendimenti più elevati e di una tassazione agevolata.

Un supporto esperto per il tuo futuro finanziario

La decisione è complessa e richiede un’attenta valutazione delle proprie esigenze e obiettivi. Per una consulenza personalizzata e dettagliata, affidati allo Studio Riitano: i nostri esperti sono a disposizione per guidarti nella scelta più adatta alle tue esigenze.

Dimissioni volontarie senza preavviso
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Dimissioni volontarie senza preavviso, come darle senza rivolgersi al Caf

Le dimissioni volontarie senza preavviso rappresentano un diritto del lavoratore, ma la loro gestione richiede attenzione per evitare conseguenze economiche e legali. Vediamo come procedere in autonomia, sia nel caso di dimissioni volontarie contratto a tempo determinato, ed anche a tempo indeterminato, seguendo la procedura telematica, senza il supporto di un Caf o altri enti.

Dimissioni volontarie: come fare senza preavviso

Per dimettersi senza preavviso è necessario seguire la procedura telematica obbligatoria introdotta dal Jobs Act nel 2016. Questa procedura è pensata per garantire trasparenza e tutelare i lavoratori da pratiche scorrette come le “dimissioni in bianco“. Ecco i passi principali:

  1. Autenticazione al portale: Accedi al portale del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali utilizzando credenziali SPID, CIE o CNS.
  2. Compilazione del modulo: Inserisci i tuoi dati personali, quelli relativi al datore di lavoro e la data di cessazione del rapporto.
  3. Invio telematico: Dopo aver completato il modulo, il sistema lo invierà automaticamente all’Ispettorato del Lavoro e all’indirizzo PEC del datore di lavoro.

Seguendo questa procedura, non è necessario rivolgersi a un Caf o a intermediari, ma è fondamentale prestare attenzione alla compilazione dei dati per evitare errori che potrebbero invalidare la comunicazione.

Dimissioni senza preavviso per motivi personali o giusta causa

1. Dimissioni per motivi personali

Dimettersi senza preavviso per motivi personali è possibile, ma potrebbe comportare penalità economiche anche se esistono ferie o permessi non goduti, come l’indennità di mancato preavviso trattenuta dall’ultima busta paga. È consigliabile:

  • Informare il datore di lavoro della decisione, anche se non è obbligatorio spiegare le ragioni per motivi di privacy.
  • Cercare un accordo per ridurre al minimo le conseguenze economiche.

2. Dimissioni per giusta causa

Le dimissioni per giusta causa, invece, esonerano il lavoratore dall’obbligo di preavviso e da eventuali penali. Tra le situazioni riconosciute come giusta causa rientrano:

  • Mancato pagamento dello stipendio.
  • Mobbing o molestie sul luogo di lavoro.
  • Violazioni contrattuali gravi da parte del datore di lavoro.

In questi casi, è importante raccogliere documentazione che dimostri la giusta causa e, se necessario, consultare un consulente del lavoro per garantire una corretta gestione della pratica.

Conseguenze economiche delle dimissioni senza preavviso

Le dimissioni senza preavviso possono comportare trattenute sull’ultima busta paga, corrispondenti all’indennità di mancato preavviso, come per le ferie durante il periodo di preavviso. Questa somma viene calcolata in base alla retribuzione giornaliera, includendo i ratei di tredicesima e altre voci continuative dello stipendio.

In alcuni casi, il datore di lavoro potrebbe accettare le dimissioni immediate senza applicare trattenute, soprattutto se non vi è bisogno di tempo per riorganizzare l’attività. È comunque importante conoscere i termini del proprio contratto per evitare sorprese.

Revoca delle dimissioni

Le dimissioni inviate telematicamente possono essere revocate entro sette giorni dalla comunicazione. Questo consente al lavoratore di rivedere la propria decisione senza conseguenze, sia in caso di ripensamenti sia per errori nella compilazione del modulo.

Gestire correttamente le dimissioni volontarie senza preavviso richiede precisione e consapevolezza. Per consulenza del lavoro a Milano, anche su dimissioni o altri aspetti del rapporto di lavoro, il team dello Studio Riitano è pronto a supportarti con competenza e professionalità.

irpef busta paga
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Irpef in busta paga, scaglioni e novità per il 2025

La Legge di Bilancio 2025 introduce significative modifiche al sistema Irpef e al calcolo delle buste paga dei lavoratori dipendenti. Tra i cambiamenti principali spiccano la revisione degli scaglioni Irpef, nuove modalità di detrazione e misure per ridurre il cuneo fiscale. Analizziamo in dettaglio cosa cambia e quali sono le implicazioni per i lavoratori.

Scaglioni Irpef e aliquote per il 2025

Dal 2025, l’Irpef sarà strutturata su tre scaglioni con aliquote progressive, confermando il modello già introdotto in via sperimentale nel 2024:

  • 23% per redditi fino a 28.000 euro;
  • 35% per redditi da 28.001 a 50.000 euro;
  • 43% per redditi superiori a 50.000 euro.

Questa semplificazione punta a rendere più trasparente il calcolo dell’imposta, riducendo la complessità dei precedenti scaglioni Irpef mensili. Per i lavoratori dipendenti, ciò significa un impatto diretto sulla gestione delle detrazioni e dei bonus, elementi essenziali per il calcolo delle buste paga.

Novità sul cuneo fiscale e detrazioni

La Legge di Bilancio prevede un intervento sul cuneo fiscale, sostituendo gli sgravi contributivi con agevolazioni legate al reddito:

  1. Bonus per redditi fino a 20.000 euro: verrà riconosciuta una somma proporzionale al reddito, con percentuali che variano tra il 4,8% e il 7,1%. Ad esempio, chi guadagna 19.000 euro otterrà un bonus di circa 912 euro annui.
  2. Detrazione fissa per redditi da 20.001 a 32.000 euro: una detrazione di 1.000 euro annui verrà applicata direttamente all’Irpef lorda.
  3. Detrazione decrescente per redditi da 32.001 a 40.000 euro: il valore della detrazione si ridurrà progressivamente fino ad azzerarsi al raggiungimento di 40.000 euro.

Queste misure sono pensate per aumentare il netto in busta paga, soprattutto per i lavoratori con redditi medio-bassi, e saranno direttamente applicate dal datore di lavoro.

Limiti alle detrazioni per i redditi più alti

Un’importante novità riguarda i massimali per le detrazioni Irpef, che penalizzano i redditi superiori a 75.000 euro:

  • 14.000 euro di spese detraibili per redditi tra 75.001 e 100.000 euro;
  • 8.000 euro per redditi oltre i 100.000 euro.

Tali massimali saranno ulteriormente ridotti da un coefficiente familiare, variabile in base al numero di figli a carico. Ad esempio, un contribuente con un figlio e 80.000 euro di reddito potrà detrarre solo 9.800 euro su 14.000 euro di spese eleggibili, con un risparmio fiscale ridotto rispetto agli anni precedenti.

Impatti sulle buste paga

Dal 2025, le modifiche all’Irpef avranno effetti immediati sulle detrazioni del lavoro dipendente sulle buste paga. Grazie alla riduzione del cuneo fiscale e alle nuove detrazioni, i lavoratori con redditi medio-bassi vedranno un aumento del netto mensile. Tuttavia, le limitazioni alle detrazioni per i redditi più alti potrebbero comportare un aggravio fiscale per questa fascia.

Scaglioni irpef del lavoro dipendente

Le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2025 segnano un passo importante verso la semplificazione del sistema fiscale e la redistribuzione del carico tributario. Tuttavia, le nuove regole comportano vantaggi e svantaggi che variano in base al reddito e alla situazione familiare. Per una gestione ottimale delle novità fiscali, affidati a consulenti del lavoro esperti come il team dello Studio Riitano.

24 dicembre festivo
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Il 24 dicembre è festivo o feriale? Come viene pagato in busta paga

La Vigilia di Natale, il 24 dicembre, è un giorno ricco di significato, ma dal punto di vista lavorativo può generare qualche dubbio: è un giorno festivo o feriale? La risposta dipende dal calendario e dal contratto applicato. In questo articolo approfondiamo la normativa e le regole sulla retribuzione del 24 dicembre, con un focus su ciò che cambia in busta paga per chi lavora o si assenta. Scopri tutto quello che c’è da sapere!i.

Il 24 dicembre: giorno lavorativo o festivo?

In generale, se il 24 dicembre cade in un giorno feriale, come un lunedì o un venerdì, viene trattato come una qualsiasi giornata lavorativa, con orari e modalità di lavoro stabiliti dal contratto collettivo nazionale (CCNL) applicabile. In questa situazione, chi presta servizio il 24 dicembre non ha diritto a maggiorazioni retributive, né a trattamenti particolari tipici delle giornate festive.

Unica eccezione? Quando il 24 dicembre coincide con una domenica. In tal caso, si applicano le disposizioni previste per il lavoro domenicale, che nei CCNL del Commercio, ad esempio, includono una maggiorazione salariale del 30% sulla paga base.

Retribuzione del 24 dicembre: cosa sapere

La retribuzione per il 24 dicembre dipende dalla natura del giorno:

  1. Giorno lavorativo ordinario:
    Se il 24 dicembre è un giorno feriale, chi lavora riceve una retribuzione standard, calcolata sulla base della paga oraria o giornaliera. Non sono previste maggiorazioni, a meno che il contratto collettivo di riferimento non includa specifiche eccezioni.
  2. Permessi e ferie:
    Chi decide di assentarsi il 24 dicembre utilizzando ferie o permessi retribuiti vedrà il giorno conteggiato come una normale assenza, con retribuzione garantita secondo le regole previste dal proprio contratto.
  3. Giorno festivo:
    Nel caso in cui il 24 dicembre coincida con una domenica, la retribuzione segue le regole del lavoro festivo. Ciò significa che il dipendente che lavora in questa giornata ha diritto a una maggiorazione, variabile in base al CCNL applicato. Ad esempio, potrebbe essere riconosciuta una maggiorazione del 50% o più sulla retribuzione oraria.

Festività e trattamento economico

Per comprendere meglio come viene retribuito il 24 dicembre è utile considerare la normativa sulle festività. A differenza di Natale (25 dicembre) e Santo Stefano (26 dicembre), che sono festività nazionali riconosciute, il 24 dicembre non è automaticamente incluso tra i giorni non lavorativi con trattamento retributivo specifico.

Le festività cadenti in giorni feriali, come l’8 dicembre o il 25 aprile, sono interamente retribuite, anche se non si presta servizio. Invece, nel caso del 24 dicembre, il pagamento dipende esclusivamente dal fatto che si tratti di una giornata effettivamente lavorata o coperta da permessi e ferie.

Il 24 dicembre e le categorie specifiche

Alcune categorie di lavoratori, come gli insegnanti, non lavorano mai il 24 dicembre, dato che gli istituti scolastici sono già chiusi per le vacanze natalizie. Per loro, il trattamento retributivo è garantito indipendentemente dal fatto che la giornata sia festiva o feriale.

In ambito privato, invece, l’organizzazione del lavoro il 24 dicembre varia in base alle esigenze aziendali. Alcune aziende scelgono di chiudere anticipatamente o di concedere permessi straordinari per permettere ai dipendenti di prepararsi al Natale, ma tali decisioni sono facoltative e non obbligatorie per legge.

Com’è considerato il 24 Dicembre per il lavoro

Il 24 dicembre è generalmente considerato un giorno lavorativo ordinario, non un giorno festivo, salvo coincidenze con la domenica. Per chi lavora, la retribuzione segue le regole standard, mentre chi sceglie di prendersi una pausa può farlo utilizzando ferie o permessi.

Per ulteriori informazioni su contratti, festività e retribuzioni, affidati agli esperti dello Studio Riitano, sempre pronti a supportarti nelle questioni legate alla gestione del lavoro.

chiudere partita iva
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Come chiudere la partita Iva: guida ai costi e procedura da seguire 

Chiudere una partita IVA è un passo importante per chiunque abbia avviato un’attività come libero professionista o titolare di ditta individuale e decida di interrompere le attività. Come per l’apertura della partita IVA, la chiusura non avviene automaticamente ma richiede specifici passaggi burocratici per evitare sanzioni e adempimenti fiscali non necessari. In questa guida vedremo come chiudere una partita IVA, quali sono i costi e come gestire eventuali debiti.

Procedura per chiudere la partita IVA

Chiudere la partita IVA implica la presentazione di documenti specifici all’Agenzia delle Entrate. Se la partita IVA è aperta come persona fisica o ditta individuale, si deve compilare il modulo AA9/12, che può essere consegnato di persona, inviato tramite PEC o tramite raccomandata. Se invece si tratta di un ente o di una società, il modulo da utilizzare è l’AA7/10, e l’operazione richiede anche la chiusura nel Registro delle Imprese tramite il modello ComUnica.

È importante presentare la richiesta di chiusura entro 30 giorni dalla cessazione dell’attività per evitare sanzioni. Inoltre, anche se non è obbligatorio l’assistenza di un commercialista, è consigliabile consultarlo per assicurarsi che la documentazione sia completa e corretta.

Quanto costa chiudere la partita IVA?

La chiusura della partita IVA per un libero professionista non prevede costi di cancellazione se la partita IVA è comunitaria, a meno che non si desideri il supporto di un commercialista, che comporta un onorario. Se invece si tratta di una ditta iscritta al Registro delle Imprese, occorrerà pagare i costi di cancellazione, solitamente tra i 50 e i 100 euro.

Se la chiusura della partita IVA non viene comunicata nei tempi previsti, esistono comunque possibilità di chiusura retroattiva, anche se è importante notare che alcune istituzioni, come INAIL o Camera di Commercio, potrebbero emettere sanzioni.

Come chiudere la partita IVA online

La chiusura della partita IVA può essere effettuata anche online tramite invio di documentazione via PEC, utilizzando sempre il modulo AA9/12 o AA7/10, in base al tipo di partita IVA. Questo metodo offre un’alternativa pratica, senza la necessità di recarsi fisicamente all’Agenzia delle Entrate, purché si abbia accesso a una PEC e si possiedano i documenti necessari, come una copia del documento di identità e il codice fiscale.

Chiusura della partita IVA con debiti

È possibile chiudere una partita IVA anche se si hanno debiti, ma occorre sapere che la cessazione non comporta l’annullamento dei debiti. I creditori potranno continuare a richiedere il saldo delle somme dovute anche dopo la chiusura della partita IVA. In questi casi, le autorità fiscali potrebbero richiedere il pagamento tramite rivalsa sul patrimonio del titolare. Per questa ragione, prima di chiudere la partita IVA è utile verificare lo stato dei propri debiti e, se possibile, regolarizzare i pagamenti per evitare problemi futuri.

Consigli utili e verifiche post-chiusura

Dopo aver chiuso la partita IVA, è consigliabile assicurarsi di aver incassato tutte le fatture emesse e di aver assolto gli obblighi contributivi e fiscali. È preferibile completare la chiusura entro la fine dell’anno solare per evitare l’obbligo di presentare dichiarazioni fiscali l’anno successivo. Sul sito dell’Agenzia delle Entrate è inoltre disponibile un servizio di verifica che permette di controllare lo stato della partita IVA (attiva, sospesa o cessata).

Per concludere, la chiusura della partita IVA richiede una corretta gestione burocratica per evitare complicazioni legali o fiscali. Per una consulenza personalizzata, lo Studio Riitano offre supporto completo per tutte le pratiche di chiusura e variazione della partita IVA.

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Anche i padri hanno diritto ai permessi per allattamento: quante ore spettano

I permessi allattamento, concessi per supportare i genitori lavoratori, non sono riservati esclusivamente alle madri. Anche i padri, in alcune situazioni, possono richiedere questo diritto, potendo così dedicare tempo al neonato durante il primo anno di vita. Questa possibilità favorisce un maggiore equilibrio tra vita privata e lavorativa, come ad esempio richiedere un orario part time, incentivando una gestione più equa delle responsabilità familiari. Vediamo quali condizioni consentono al padre di usufruire di questi permessi e quante ore spettano.

Permessi allattamento padre: chi può richiederli

I permessi allattamento spettano ai padri quando la madre non può occuparsi del bambino o rinuncia al proprio diritto. In particolare, possono essere richiesti dal padre se:

  1. La madre non è in grado di occuparsi del bambino per decesso o gravi problemi di salute.
  2. La madre decide volontariamente di non usufruire dei permessi di allattamento.
  3. La madre è una lavoratrice autonoma, mentre il padre ha un contratto di lavoro dipendente.
  4. Il bambino è affidato esclusivamente al padre.

Per ottenere i permessi, il padre deve presentare domanda sia al datore di lavoro che all’INPS, utilizzando il portale online, il servizio telefonico o tramite un patronato.

Ore di permesso giornaliero spettanti ai padri

Il numero di ore di permesso per allattamento dipende dall’orario di lavoro del padre. Se l’orario giornaliero è di almeno sei ore, spettano due ore di permesso, mentre se l’orario è inferiore a sei ore, spetta un’ora di permesso.

Queste ore possono essere utilizzate in modo flessibile: il padre può scegliere se prenderle in due pause separate durante la giornata oppure come un blocco unico, ad esempio all’inizio o alla fine della giornata lavorativa. In caso di parto gemellare o plurimo, le ore di permesso sono raddoppiate, consentendo al genitore di gestire meglio le necessità dei bambini.

Vantaggi dei permessi allattamento per i padri

L’introduzione dei permessi per allattamento padre rappresenta un’importante risorsa per le famiglie. Questi permessi offrono la possibilità ai padri di partecipare attivamente alla cura dei figli nei primi mesi di vita, alleviando il carico sulle madri e favorendo una genitorialità condivisa. Inoltre, consentono al padre di costruire un legame più stretto con il bambino, beneficiando al contempo di una maggiore flessibilità per gestire le responsabilità domestiche.

Sfide e organizzazione in azienda

Dal punto di vista aziendale, i permessi padre possono rappresentare una sfida organizzativa, poiché richiedono una riorganizzazione delle mansioni per coprire le ore di assenza del dipendente. È quindi essenziale che i permessi vengano concordati con il datore di lavoro, per trovare un equilibrio che rispetti le esigenze aziendali senza compromettere i diritti del lavoratore.

I permessi allattamento per i padri segnano un traguardo significativo verso una maggiore equità nella divisione dei compiti genitoriali e garantiscono un sostegno concreto alle famiglie. Per assistenza nella richiesta dei permessi allattamento padre o altre informazioni sui diritti dei genitori lavoratori, puoi rivolgerti allo Studio Riitano, che offre consulenza specializzata in materia di diritto del lavoro e genitorialità.

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