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Busta paga

Payroll e gestione buste paga
Career  ·  Life  ·  news  ·  Payroll management
Payroll: come gestire al meglio le buste paga in azienda

In un’epoca in cui precisione, trasparenza e conformità sono essenziali per ogni impresa, il payroll rappresenta una delle funzioni più delicate e strategiche all’interno della gestione del personale. Elaborare correttamente il payroll e buste paga non significa solo calcolare gli stipendi: significa garantire continuità operativa, rispetto delle normative, tutela dei lavoratori e, soprattutto, ridurre i rischi legati a errori amministrativi.

Per questo motivo, molte aziende – anche dotate di un reparto HR interno – scelgono oggi di affidarsi a partner esterni per la gestione professionale del payroll management, così da garantire efficienza, sicurezza e un risparmio di tempo prezioso.

Payroll: significato e ambito di applicazione

Prima di entrare nel dettaglio dei processi, è utile chiarire il concetto di payroll. In italiano, il termine si traduce con “libro paga”, ma nel contesto aziendale ha un significato molto più ampio. Con payroll si indica l’intero processo di gestione della retribuzione dei dipendenti: dal momento dell’assunzione alla generazione della busta paga mensile, passando per la rilevazione delle presenze, i calcoli contributivi e fiscali, le comunicazioni agli enti e l’elaborazione degli F24. Quindi, parlare di payroll vuol dire riferirsi a un sistema articolato e continuo che garantisce la corretta remunerazione delle risorse, nel rispetto delle normative vigenti.

Le tre fasi principali del payroll management

Il payroll management prevede una serie di attività suddivise in fasi distinte, ciascuna fondamentale per la corretta elaborazione delle buste paga.

1. Assunzione e creazione anagrafica

In questa fase iniziale vengono raccolti tutti i dati del lavoratore al momento dell’ingresso in azienda. Il payroll specialist crea una scheda anagrafica completa, necessaria per il tracciamento della posizione e l’inserimento nel sistema di gestione presenze e assenze dal lavoro.

2. Rilevazione presenze

Si tratta della registrazione puntuale di orari, assenze, ferie maturate, permessi e straordinari. Un sistema automatizzato può aiutare, ma è fondamentale il controllo umano, soprattutto nelle aziende con turnazioni, flessibilità oraria o smart working.

3. Elaborazione buste paga

È la fase più conosciuta del processo. Dopo aver verificato tutte le informazioni, si procede all’elaborazione dei cedolini, all’accredito degli stipendi, alla predisposizione dei modelli F24 e alla trasmissione delle denunce contributive. Ogni dettaglio deve essere corretto per evitare errori fiscali e sanzioni.

Il ruolo del payroll specialist in azienda

Il payroll specialist è il professionista incaricato di seguire ogni aspetto di questo processo. Oltre a competenze tecniche e giuridiche, deve possedere doti di precisione, riservatezza, gestione del tempo e problem solving.

Tra le sue attività rientrano:

  • gestione delle pratiche di assunzione e cessazione
  • aggiornamento sulle normative fiscali e contrattuali
  • calcolare contributi e imposte
  • verifica della correttezza delle buste paga
  • gestione delle comunicazioni agli enti (INPS, INAIL, Agenzia delle Entrate)
  • supporto al dipendente per chiarimenti su stipendi e trattenute

Esternalizzare il payroll management conviene?

Molte aziende decidono di esternalizzare il payroll per ragioni di efficienza, sicurezza e ottimizzazione delle risorse. Questa scelta è particolarmente vantaggiosa per le imprese che vogliono concentrarsi sul core business, ridurre i margini di errore, e risparmiare tempo e costi fissi legati alla gestione in house.

Un buon sistema di payroll management non è solo un dovere amministrativo: è uno strumento di valore per l’azienda. Gestire correttamente le retribuzioni rafforza il rapporto di fiducia con i dipendenti, migliora il clima aziendale e contribuisce all’efficienza dell’intero sistema HR.

Affidare la gestione del payroll a consulenti del lavoro esperti, come quelli dello Studio Riitano, significa garantire puntualità, conformità legale e un servizio personalizzato su misura per le esigenze aziendali.

come leggere una busta paga e calcolare la propria retribuzione
Career  ·  Contenzioso sul lavoro  ·  Life  ·  news
Come leggere una busta paga: calcolo retribuzione lorda e netta

Leggere una busta paga è un passo fondamentale per ogni lavoratore consapevole. Il documento, noto anche come cedolino o prospetto paga, raccoglie tutte le informazioni sul rapporto di lavoro, dalla retribuzione lorda fino al netto che finisce in tasca. Le tante voci possono confondere: è davvero giusto ciò che hai ricevuto? Conoscere come si compone una busta paga ti rassicura e ti permette di verificare la correttezza del pagamento. 

Intestazione: dati del lavoratore e dell’impresa

Nella parte alta troverai i dati essenziali: quelli del lavoratore (nome, codice fiscale, matricola, data di assunzione, qualifica) e quelli dell’azienda (ragione sociale, sede, posizione INPS e INAIL). È qui che si individua il CCNL applicato, fondamentale per comprendere la paghetta base e il livello contrattuale di appartenenza

Retribuzione lorda: la somma di partenza

Subito dopo l’intestazione, si trova la retribuzione lorda, ovvero la somma che precede ogni trattenuta. Comprende lo stipendio base, eventuali superminimi, scatti di anzianità, e ogni voce stabilita dal contratto: straordinari, indennità per lavoro festivo o notturno, premi, il calcolo della quattordicesima o tredicesima . Questo valore rappresenta il punto di partenza per il calcolo del netto.

Voci variabili: presenze, assenze e accantonamenti

Il cuore del cedolino mostra la lunghezza e il peso delle ore lavorate: settimane o ore INPS, ferie e permessi goduti, malattie, maternità, cassa integrazione. In questa sezione compaiono anche le eventuali mensilità anticipate (per esempio anticipo TFR). Qui si distingue tra retribuzione “normale” (mese su mese) e “differita” (presenze di un mese precedente, pagamento il mese successivo).

Trattenute: contributi previdenziali e IRPEF

Nella parte bassa trovi le trattenute. Per i contributi previdenziali l’INPS prevede aliquote intorno al 9,19%, salendo al 9,49% nel settore privato industriale; esiste un contributo aggiuntivo dell’1% sulle retribuzioni superiori a €55.448 annui. Le imposte, calcolate sull’imponibile fiscale, seguono le aliquote IRPEF in vigore: 23% fino a €28.000, 35% fino a €50.000 e 43% oltre. Il cedolino riepiloga l’imponibile IRPEF, le detrazioni e il totale trattenuto.

Il netto in busta: quanto ricevi

Il calcolo dello stipendio netto dal lordo deriva sottraendo dal lordo tutte le trattenute previdenziali, l’IRPEF e eventuali altri oneri come pignoramenti o trattenute volontarie. Quella cifra è l’importo finale accreditato sul tuo conto corrente.

Ferie, permessi e contatori

Il cedolino riporta anche i contatori relativi a ferie e permessi. Ogni voce è classificata in “Residuo” (anni precedenti), “Maturato” (corrente), “Goduto” e “Saldo”. In busta paga sono chiaramente indicate le ore o giornate residue, utili per monitorare quanto ancora ti spetta.

TFR e fine rapporto

L’ultima parte del cedolino spesso riguarda l’accantonamento del Trattamento di Fine Rapporto. Nell’ultima busta paga vengono aggiunti anche i ratei residui di ferie, tredicesima e TFR. Eventuali indennità di mancato preavviso o trattenute come penali o risarcimenti possono modificare l’importo finale .

Come verificare se i calcoli sono corretti

La complessità delle trattenute renderebbe arduo un controllo manuale. Per verificare la correttezza del cedolino busta paga, confronta imponibile INPS e IRPEF applicata con le aliquote note, potendo utilizzare l’aiuto di un patronato o consulente. In particolare, controlla che contributi e imposte rispettino le normative vigenti.

Per dubbi o approfondimenti su ogni voce del cedolino, lo Studio Riitano, un consulente del lavoro a Milano, specialista nella gestione paghe, è a tua disposizione per garantire massima chiarezza e trasparenza.

permessi studi in vari ccnl
Career  ·  Life  ·  news
I permessi studio sono retribuiti? Cosa prevedono i vari CCNL

Negli ultimi anni, l’interesse verso i permessi studio è cresciuto notevolmente, soprattutto tra i lavoratori che desiderano migliorare la propria formazione senza rinunciare al lavoro. La legge italiana e i Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro (CCNL) offrono una risposta chiara a questa esigenza, regolando il diritto allo studio con strumenti precisi, tra cui le famose 150 ore. Ma questi permessi sono davvero retribuiti? E cosa cambia nei diversi settori lavorativi?

Permessi studio: cosa dice la legge

Il riferimento normativo principale è lo Statuto dei Lavoratori (Legge n. 300/1970), che riconosce ai lavoratori studenti il diritto a permessi per gli esami eppure per seguire corsi in concomitanza con l’orario lavorativo. L’articolo 10 della legge stabilisce che i lavoratori iscritti a corsi regolari – siano essi scolastici, universitari o professionali – non sono obbligati a effettuare lavoro straordinario o a lavorare durante i giorni di riposo, per favorire la frequenza e la preparazione agli esami.

I permessi studio sono dunque retribuiti a paga ordinaria e garantiscono la maturazione di ferie, TFR e mensilità aggiuntive, proprio come le ore di lavoro normali. Per usufruirne, è necessario che i corsi frequentati siano legalmente riconosciuti, comprese le università telematiche accreditate.

Permessi studio e 150 ore: cosa prevedono i CCNL

Oltre alla normativa nazionale, sono i CCNL a stabilire le regole dettagliate. In particolare, molti contratti collettivi prevedono il cosiddetto diritto allo studio “150 ore”, ovvero la possibilità di usufruire fino a 150 ore annue di permessi per motivi di studio. Questi permessi sono solitamente destinati al 3% dei dipendenti, con criteri di priorità in caso di richieste superiori alla soglia.

Permessi studio CCNL commercio

il contratto del commercio prevede l’applicazione delle 150 ore per la formazione scolastica e universitaria, ma richiede la frequenza dei corsi durante l’orario di lavoro. I dipendenti con contratto a tempo indeterminato full-time o part-time verticale possono accedere ai permessi, previa richiesta formale e documentazione.

 

Permessi studio metalmeccanici

il CCNL metalmeccanico consente l’utilizzo delle 150 ore anche per corsi professionali e aggiornamenti tecnici, con priorità ai lavoratori che non possiedono titoli di studio superiori. I permessi sono concessi anche per corsi serali se il lavoratore è impiegato su turni.

 

Permessi studio dipendenti pubblici 

nel pubblico impiego, i lavoratori possono usufruire delle 150 ore anche per completare la scuola dell’obbligo. Il limite annuo può salire fino a 250 ore nei casi di percorsi formativi di base, ed è previsto anche un periodo massimo di 11 mesi di aspettativa non retribuita per concludere tali studi.

In tutti i casi, il datore di lavoro ha diritto a richiedere documenti che attestino la frequenza e la regolarità del percorso formativo, tra cui attestati di frequenza e dichiarazioni delle ore richieste per esami o corsi.

Chi può usufruire dei permessi studio e come farne richiesta

Non tutti i lavoratori possono accedere ai permessi studio. Sono esclusi i collaboratori con Partita IVA, i lavoratori a progetto e coloro che hanno contratti temporanei inferiori ai sei mesi. Al contrario, ne possono beneficiare i lavoratori con contratto a tempo indeterminato full-time, quelli part-time verticale (in proporzione) e i lavoratori a tempo determinato con contratto di almeno sei mesi continuativi.

Per presentare domanda di permessi studio, il dipendente deve fornire l’indicazione dell’ente formativo presso cui è iscritto, il dettaglio delle giornate e delle ore richieste per seguire i corsi o sostenere gli esami, e la documentazione che attesti la concomitanza degli impegni formativi con l’orario di lavoro.

La normativa non impone un preavviso minimo per la presentazione della richiesta, ma è comunque consigliabile che le aziende stabiliscano internamente un margine di preavviso per agevolare l’organizzazione interna.

Gestione dei permessi studio: attenzione a regole e documentazione

Per una corretta applicazione dei permessi studio lavoro per i dipendenti, è fondamentale che le aziende definiscano regole trasparenti e le comunichino chiaramente ai dipendenti. L’uso di moduli standard e software di gestione delle risorse umane può facilitare il controllo delle richieste e della documentazione necessaria. Anche per i dipendenti è importante essere consapevoli dei requisiti e delle tempistiche, per non rischiare di perdere un diritto importante.

Per un supporto nella gestione dei permessi studio, dall’interpretazione del proprio CCNL alla compilazione dei documenti richiesti, lo Studio Riitano offre consulenze del lavoro a Milano, specializzate in diritto del lavoro e relazioni sindacali.

Ferie in negativo in busta paga
Career  ·  Life  ·  news
Ferie in negativo in busta paga: cosa significa e quali sono le conseguenze

Negli ultimi anni, si è diffusa sempre di più la prassi delle ferie in negativo, una soluzione di flessibilità adottata in alcune realtà lavorative per rispondere a esigenze personali e aziendali. Sebbene non siano regolate da una normativa precisa, le ferie in negativo sono ampiamente applicate in base a politiche interne aziendali e accordi contrattuali. Vediamo nel dettaglio di cosa si tratta, quali implicazioni comportano e come incide tutto questo sulla busta paga con il nuovo taglio del cuneo fiscale e sul calcolo ferie.

Ferie in negativo: cosa sono e quando si applicano

Con il termine “ferie in negativo” si indicano quei giorni di riposo concessi al dipendente prima che vengano effettivamente maturati, che sono diversi dai permessi Rol. In altre parole, il lavoratore ottiene delle ferie anticipate, andando momentaneamente “in debito” rispetto al saldo ferie maturato. Questa possibilità non è riconosciuta dalla legge come diritto acquisito, ma rappresenta una concessione volontaria del datore di lavoro, il quale valuta l’opportunità in base a criteri aziendali o a esigenze individuali.

Può trattarsi di richieste legate a motivi personali urgenti, situazioni di salute, esigenze familiari o anche di periodi aziendali di bassa attività in cui il datore di lavoro preferisce concedere ferie invece di ricorrere ad ammortizzatori sociali. Il meccanismo delle ferie in negativo può riguardare anche lavoratori neoassunti, che ancora non hanno maturato alcun giorno di riposo ma necessitano ugualmente di assenza.

Come funziona il calcolo delle ferie e l’impatto sulla busta paga

In Italia, il calcolo ferie segue un principio mensile: per ogni mese lavorato si maturano generalmente tra i due e i tre giorni di ferie, a seconda del contratto collettivo applicato. Non vengono considerati i periodi di assenza non retribuita, come la cassa integrazione a zero ore o aspettative non giustificate.

In caso di ferie in negativo, i giorni richiesti vengono anticipati e segnati come debito sulla busta paga. Il lavoratore riceve comunque la retribuzione, ma se il contratto termina prima del recupero, l’azienda può trattenere l’equivalente economico delle ferie non restituite. Per questo è fondamentale controllare regolarmente il proprio saldo ferie e coordinarsi con il datore di lavoro per una gestione chiara e trasparente.

Limiti, responsabilità e gestione del debito ferie

Sebbene non esista un limite legale alle ferie in negativo, molte aziende introducono delle soglie interne – spesso 10 o 15 giorni – per evitare che si crei un debito ferie difficile da recuperare. La decisione finale sulla quantità di giorni concessi spetta comunque al datore di lavoro, anche in presenza di contratti collettivi o individuali che possono definire tempistiche e modalità.

Dal punto di vista organizzativo, è fondamentale che la gestione delle ferie in negativo avvenga con trasparenza e comunicazione chiara. I dipendenti devono essere informati su come leggere il proprio saldo ferie in busta paga e su eventuali trattenute. Allo stesso tempo, le aziende devono adottare strumenti adeguati, come software di gestione risorse umane, per monitorare correttamente i flussi di ferie anticipate.

Cosa sapere per evitare errori in busta paga

Le ferie in negativo offrono un’importante flessibilità lavorativa, ma non sono prive di rischi o conseguenze. Servono politiche aziendali chiare, informazione continua e una gestione condivisa per evitare situazioni spiacevoli, come trattenute impreviste o difficoltà nella pianificazione del tempo libero. I lavoratori dovrebbero monitorare costantemente il proprio saldo ferie e confrontarsi con l’amministrazione aziendale in caso di dubbi, mentre le aziende devono garantire che le ferie in negativo vengano concesse e gestite in modo equo, trasparente e tracciabile.

Per una consulenza professionale nella gestione delle ferie, compreso l’impatto delle ferie in negativo su buste paga e contratti, lo Studio Riitano, il consulente del lavoro a Milano, è a disposizione con un team di esperti in diritto del lavoro e amministrazione del personale.

Pasqua e 25 aprile così in busta paga
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Pasqua e 25 aprile così in busta paga

Domenica 20 aprile ricorre la Santa Pasqua e il 21 aprile il lunedì dell’Angelo. Quest’ultima è considerata per legge festività infrasettimanale. Si ricorda altresì che nel mese di aprile, oltre a queste festività religiose, ricorre anche la festività infrasettimanale civile che celebra la ricorrenza della Liberazione (25 aprile). I datori di lavoro osservano le disposizioni di legge, oltre che a quelle della contrattazione collettiva di categoria, che consiglia sempre di verificare ove presenti trattamenti eventualmente diversi e in melius. Di seguito alcune note di carattere operativo per gli uffici di amministrazione del personale e/o dei professionisti che assistono i datori di lavoro pubblici e/o privati. Quando le festività sono godute, quindi senza prestazione lavorativa, deve essere corrisposta ai lavoratori non retribuiti in misura fissa mensile (in taluni casi operai e/o lavoratori somministrati) un trattamento economico di festività rapportato a 1/6 della retribuzione settimanale. La festività che non coincida con la domenica non comporta un trattamento aggiuntivo per gli impiegati e gli altri lavoratori retribuiti in misura fissa mensile in quanto la festività è già compresa nello stipendio mensile. Si rammenta che la giornata di ricorrenza della Pasqua (che è una festività mobile), pur essendo coincidente sempre con la domenica, non comporta quote aggiuntive della retribuzione. Come prima ricordato, si consiglia di verificare sempre la disciplina del Ccnl o di eventuali contrattazioni territoriali o aziendali, che possono prevedere una disciplina migliorativa, nel senso che si può prevedere il pagamento anche di tale giornata. Infatti, e solo a titolo esemplificativo, si ricorda la disciplina di alcuni contratti che hanno diverse declinazioni applicative. Per i servizi di pulizia delle aziende artigiane, la ricorrenza del giorno di Pasqua è considerata giorno festivo. Nel caso in cui le ricorrenze festive cadano in giornata di riposo settimanale spetta, in aggiunta al normale trattamento economico, un importo pari alle quote giornaliere degli elementi della retribuzione globale mensile:

    • per gli alimentari settore industria olearia e margariniera, a fronte del giorno di Pasqua, è prevista la concessione di un giorno aggiuntivo di ferie.
    • per la gomma plastica delle aziende industriali, in occasione della Pasqua, ove non vi sia uno spostamento, viene corrisposto al lavoratore, in aggiunta alla retribuzione mensile, l’importo di 1/25° della retribuzione mensile, calcolata con riferimento agli elementi e alle modalità previsti dall’articolo 19 del medesimo contratto.
    • per i servizi di pulizia delle aziende industriali, nel caso in cui la Pasqua cada in giornata di riposo settimanale spetta, in aggiunta al normale trattamento economico, un importo pari alle quote giornaliere degli elementi della retribuzione globale mensile.
Quando vi sia prestazione lavorativa nella giornata festiva, viene riconosciuto, oltre al compenso spettante di cui sopra, anche quello per le ore lavorate, incrementato delle maggiorazioni percentuali per lavoro festivo come da Ccnl applicato e nei contratti collettivi nazionali di lavoro: si fa pertanto rinvio alla loro consultazione.
Se la festività infrasettimanale interviene in un periodo di fruizione di integrazioni salariali , la retribuzione prevista per la festività non rientra fra gli elementi integrabili da parte della Cassa, perché a carico dell’azienda, per i lavoratori: a orario ridotto e cioè che lavorano comunque una parte della settimana; sospesi a zero ore settimanali, se si tratta di lavoratori retribuiti non in misura fissa mensile ma in rapporto alle ore, sospesi da non più di due settimane.

Il trattamento economico per la festività è a carico della Cassa per i lavoratori:

– sospesi a zero ore settimanali, se si tratta di lavoratori retribuiti non in misura fissa mensile ma in rapporto alle ore, sospesi da oltre due settimane;
– sospesi a zero ore settimanali, se si tratta di lavoratori retribuiti in misura fissa mensile sospesi anche da non più di due settimane.

In sintesi:

  • retribuzione a ore: sempre a carico del datore di lavoro le festività del 25 aprile, 1° maggio e 2 giugno, nonché tutte le festività che cadono nei primi 15 giorni dall’inizio della Cig/Fis. Dopo i primi 15 giorni, sono a carico dell’Inps le festività infrasettimanali escludendo sempre sabati e domeniche.
  • Cig a orario ridotto: a carico del datore di lavoro.

Si ricorda che dal 1° marzo 2022 è in vigore l’assegno unico universale pagato direttamente da Inps. In tal caso vige la nuova disciplina a carico dell’istituto, fatti salvi i casi residuali in cui è a carico del datore.
La retribuzione erogata per le festività concorre ai fini dell’imponibile previdenziale, unitamente a quella di competenza del mese, per il pagamento dei contributi a carico del datore e del lavoratore. La stessa retribuzione, al netto delle ritenute sociali a carico del dipendente di cui sopra, concorre alla determinazione dell’imponibile fiscale su quanto percepito dal lavoratore nel mese di riferimento.
L’inosservanza della disciplina delle festività e del lavoro festivo è punita con la sanzione amministrativa pecuniaria da 154 a 929 euro (articolo 6 della legge 260/1949) a carico del datore di lavoro inadempiente.

taglio cuneo fiscale
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Come cambia la busta paga nel 2025, gli effetti del taglio del cuneo fiscale

Taglio cuneo fiscale è il tema centrale della Legge di Bilancio 2025, che introduce misure innovative per alleggerire il peso fiscale sui lavoratori dipendenti, favorendo il potere d’acquisto delle fasce di reddito medio-basse. Vediamo come queste novità impatteranno la busta paga e quali sono i principali vantaggi e svantaggi.

Il taglio del cuneo fiscale nel 2025: come funziona

Dal 2025, il taglio del cuneo fiscale diventa strutturale, modificando il sistema di agevolazioni già in vigore. Le principali novità includono:

Sistema di detrazioni fiscali decrescenti:

  • Fino a 20.000 euro di reddito annuo: indennità esente da imposte, con percentuali che variano dal 7,1% (fino a 8.500 euro) al 4,8% (fino a 20.000 euro).
  • Da 20.001 a 32.000 euro: detrazione fissa pari a 1.000 euro.
  • Oltre 32.000 euro: detrazione decrescente, azzerandosi per redditi superiori a 40.000 euro.

Estensione della no tax area: per i lavoratori dipendenti, il limite di reddito esentasse viene innalzato a 8.500 euro, equiparandolo a quello per i pensionati.

Compensazione per i sostituti d’imposta: i datori di lavoro possono utilizzare crediti d’imposta per compensare eventuali differenze nel calcolo della busta paga.

Queste modifiche mirano a semplificare le procedure e garantire un risparmio netto simile a quello del 2024, ampliando la platea dei beneficiari ai lavoratori con redditi fino a 40.000 euro.

Benefici del taglio del cuneo fiscale

Il nuovo taglio cuneo fiscale porta diversi vantaggi:

  • Maggiore potere d’acquisto: per i lavoratori con redditi medio-bassi, l’indennità e le detrazioni incrementano il netto percepito in busta paga.
  • Aumento della platea dei beneficiari: circa 1,3 milioni di lavoratori in più rispetto al 2024 beneficeranno delle agevolazioni.
  • Rendiconto stabile: essendo una misura strutturale, i lavoratori potranno contare su vantaggi fiscali permanenti, non più soggetti a rinnovi annuali.

Ad esempio, un dipendente con un reddito di 20.000 euro annui potrà contare su un beneficio netto fino a 1.000 euro, mentre un reddito più basso (8.500 euro) beneficerà di un’indennità pari al 7,1% del reddito.

Sfide e criticità

Non mancano però le difficoltà:

  1. Costi per lo Stato: il nuovo sistema comporterà minori entrate per circa 13 miliardi di euro, gravando sul bilancio pubblico.
  2. Conguagli e recuperi: eventuali benefici non spettanti saranno recuperati in dieci rate mensili, complicando il calcolo per lavoratori e datori di lavoro.
  3. Riduzione dei vantaggi per i redditi alti: chi guadagna oltre 40.000 euro non avrà accesso alle nuove agevolazioni, mantenendo una pressione fiscale maggiore.

Busta paga nel 2025: esempi di calcolo

Gli effetti del taglio del cuneo fiscale si rifletteranno in busta paga con incrementi diversi a seconda delle fasce di reddito. Ecco un riepilogo:

  • Fino a 20.000 euro: indennità proporzionale, con un massimo di circa 1.000 euro.
  • Da 20.001 a 32.000 euro: detrazione fissa di 1.000 euro.
  • Da 32.001 a 40.000 euro: detrazione decrescente, ridotta fino ad azzerarsi.

Le novità introdotte dalla Legge di Bilancio 2025 segnano un passo importante verso una maggiore equità fiscale e sostegno ai lavoratori, ma richiederanno attenzione nell’implementazione e monitoraggio. Per una consulenza specifica sul calcolo della tua busta paga o sugli effetti del taglio cuneo fiscale, rivolgiti allo Studio Riitano.

busta paga ferie
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Ferie estive, ecco come sono indicate in busta paga e cosa controllare

Le ferie estive sono un diritto fondamentale per ogni lavoratore, ed è essenziale avere un piano ferie chiaro e comprendere come queste siano indicate in busta paga per evitare eventuali errori. Le ferie, infatti, incidono sia sulla retribuzione che sul saldo delle giornate maturate. In questo articolo vedremo come vengono riportate le ferie nella busta paga ferie e quali aspetti controllare per garantire che tutto sia correttamente calcolato.

Come sono indicate le ferie in busta paga

In ogni busta paga, le ferie maturate e godute devono essere riportate con precisione. Di solito, troviamo una sezione dedicata alla voce “ferie”, dove vengono indicati:

  • Giorni di ferie maturati fino a quel momento;
  • Giorni di ferie già utilizzati durante l’anno;
  • Eventuali giorni di ferie residui, che possono essere goduti in futuro.

Le ferie maturano in proporzione ai mesi lavorati, con una media di 2,5 giorni al mese. Per esempio, un lavoratore che ha lavorato 6 mesi dovrebbe avere maturato circa 15 giorni di ferie. Questo saldo viene aggiornato di mese in mese e riportato sulla busta paga. Anche per chi ha un contratto di apprendistato, il calcolo delle ferie segue le stesse regole proporzionali. È importante controllare che il calcolo delle ferie maturate sia corretto e in linea con il contratto nazionale o aziendale.

Cosa controllare nelle ferie in busta paga

Quando si controlla la busta paga ferie, è importante verificare che i giorni di ferie maturati corrispondano al periodo di lavoro svolto. Il numero dei giorni può variare a seconda del contratto applicato, che in alcuni casi prevede condizioni più favorevoli, come più giorni di ferie o maggiore flessibilità. Bisogna anche accertarsi che le ferie residue siano correttamente riportate e fruibili entro i limiti temporali previsti dalla legge. Inoltre, le ferie non devono essere monetizzate, tranne nei casi di cessazione del lavoro. Se si verifica una malattia durante le ferie, queste vengono sospese e il periodo di malattia conteggiato separatamente.

Differenza tra retribuzione ordinaria e durante le ferie estive

Un punto che può creare confusione è la variazione della retribuzione durante le ferie. Anche se le ferie sono retribuite, la busta paga potrebbe risultare inferiore rispetto ai mesi in cui si lavora regolarmente. Questo accade perché, durante il periodo di ferie, non vengono calcolati alcuni compensi accessori, come straordinari o premi di produttività, che invece sono riconosciuti solo per le giornate effettivamente lavorate. Tuttavia, lo stipendio durante le ferie deve comunque essere idoneo a garantire un riposo effettivo e continuativo, come stabilito dall’articolo 36 della Costituzione.


In conclusione, controllare con attenzione la propria busta paga ferie è fondamentale per assicurarsi che i propri diritti siano rispettati e per evitare errori che potrebbero penalizzare il lavoratore. Se hai bisogno di assistenza per verificare il corretto calcolo delle ferie o la loro rappresentazione in busta paga, lo Studio Riitano è pronto a fornirti il supporto necessario.

detrazioni in busta paga
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Cos’è la capienza fiscale e come si calcola ai fini delle detrazioni in busta paga

Cos’è la capienza fiscale e come si calcola?

La capienza fiscale rappresenta la capacità di un contribuente di recuperare le somme versate a titolo di imposta, in particolare attraverso sconti sull’IRPEF. In sostanza, è il massimo sconto che un soggetto può ricevere in base ai redditi prodotti e alle imposte versate. Più alti sono i redditi, più tasse si pagano, e maggiore è la capienza fiscale.

Le detrazioni IRPEF sono uno degli strumenti principali per ottenere questi sconti. Esse permettono di ridurre l’imposta dovuta in base a specifiche spese sostenute dal contribuente, come quelle mediche, di istruzione, o per ristrutturazioni. La capienza fiscale determina quanto di queste detrazioni il contribuente potrà effettivamente beneficiare.

Calcolo della capienza fiscale

Per calcolare la propria capienza fiscale, è necessario fare riferimento alla dichiarazione dei redditi relativa al periodo d’imposta precedente. I dati riportati in questa dichiarazione forniscono una fotografia aggiornata dei redditi conseguiti e delle imposte versate.

Per ciascun tipo di documentazione della dichirazione dei redditi, i dati vengono riportati nelle apposite sezioni. Per chi presenta il modello 730, il dato da considerare è l’“imposta lorda” al rigo 16. Se si utilizza invece il modello Redditi PF, il riferimento è il rigo RN 5. Se i valori indicati sono positivi, significa che il contribuente ha capienza fiscale, corrispondente alla cifra indicata.

Esempio pratico di calcolo delle detrazioni

Supponiamo un contribuente che ha effettuato lavori di ristrutturazione per 40.000 euro, con una detrazione del 50% in 10 rate annuali di pari importo. La detrazione annuale sarà quindi di 2.000 euro. Se la capienza fiscale del contribuente è pari o superiore a 2.000 euro, potrà beneficiare interamente della detrazione. In caso contrario, perderà la quota eccedente.

Per capire meglio, consideriamo un lavoratore dipendente che nel corso del 2023 ha versato 9.000 euro di IRPEF e ha sostenuto spese che gli danno diritto a 4.000 euro di detrazioni. Sarà tenuto a versare soltanto 5.000 euro di IRPEF, e i 4.000 euro di detrazioni gli saranno restituiti come conguaglio nella busta paga. Se invece avesse diritto a 11.000 euro di detrazioni, solo 9.000 euro sarebbero utilizzabili, e i restanti 2.000 euro sarebbero persi.

Capienza fiscale e detrazioni in busta paga

La capienza fiscale è cruciale per determinare le detrazioni applicabili direttamente in busta paga. Le detrazioni per lavoro dipendente e altre spese sostenute sono calcolate in base alla capienza fiscale. Se un lavoratore non ha abbastanza capienza fiscale, parte delle detrazioni spettanti andrà persa.

Ad esempio, un lavoratore con una capienza fiscale di 8.000 euro e detrazioni complessive di 9.000 euro perderà 1.000 euro di detrazioni. Questo perché la detrazione è una sottrazione dall’imposta dovuta, e quando questa si azzera, la detrazione restante non è fruibile.

Capienza fiscale: la no tax area

La normativa fiscale prevede anche la “no tax area“, una soglia entro la quale non si devono versare imposte, perché annullate dalle detrazioni spettanti. Attualmente, la no tax area è di 8.500 euro per i lavoratori dipendenti e pensionati, e di 5.500 euro per i lavoratori autonomi.

Incapienza dei contribuenti forfettari

Il regime forfettario dei dipendenti, con ricavi fino a 85.000 euro, applicano un’aliquota sostitutiva al 5% o 15% e non beneficiano delle detrazioni IRPEF. Questi contribuenti, quindi, rientrano tra gli incapienti, poiché non hanno capienza fiscale.

Calcolo della capienza fiscale

Per determinare la capienza fiscale, bisogna sommare gli importi delle detrazioni spettanti e confrontarli con l’imposta lorda dovuta. Ad esempio, un contribuente con detrazioni per spese mediche, di istruzione, e ristrutturazioni, per un totale di 4.755 euro, avrà bisogno di una capienza fiscale pari o superiore a questa cifra per beneficiare pienamente delle detrazioni. Per maggiori informazioni sulla capienza fiscale e per consulenze del lavoro a Milano, affidati allo Studio Riitano, esperti in materia fiscale e tributaria.

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Bonus 100 euro in busta paga: cosa sapere sulla nuova indennità

Il Consiglio dei ministri ha approvato in via preliminare un decreto legislativo con un’attenzione particolare sui redditi da lavoro dipendente, includendo l’introduzione di una nuova indennità. Questa novità si tradurrà in un bonus di 100 euro lordi che sarà incluso nelle buste paga dei dipendenti a partire dal prossimo gennaio 2025. Tuttavia, il testo ufficiale del decreto non è ancora stato pubblicato, quindi bisogna attendere i dettagli definitivi. Per ora, sappiamo che il bonus sarà erogato tramite la busta paga. In questo articolo scopriamo nel dettaglio come funziona l’incentivo detto anche bonus befana.

Bonus 100 euro per i dipendenti in busta paga: in cosa consiste

Lo scorso 30 aprile il Consiglio dei ministri ha approvato preliminarmente un decreto legislativo, che include una misura per i lavoratori dipendenti aventi un reddito annuale fino a 28.000 euro e almeno un figlio a carico, ovvero un bonus di 100 euro erogati in busta paga. 

Ma quando saranno erogati i 100 euro in più in busta paga? Il bonus partirà da gennaio 2025, ma non scatterà in modo automatico: i dipendenti dovranno richiederlo al proprio datore di lavoro.  L’agevolazione mira ad aiutare circa 1,1 milioni di famiglie italiane: denominata anche “bonus tredicesima” o “befana”, si prevede che arriverà tra circa otto mesi. Il suo valore è di 100 euro lordi e sarà rapportata al periodo di lavoro svolto, all’aliquota fiscale e alle detrazioni di ogni lavoratore. Considerando che l’aliquota fiscale per redditi pari a 28.000 euro si aggira intorno al 23%, il bonus netto sarà quindi di circa 77 euro.

Chi ha diritto al bonus di 100 euro in busta paga e i requisiti 

Per accedere al bonus, è necessario soddisfare specifici requisiti. Questi includono un reddito complessivo che non superi i  28.000 euro e avere un coniuge e un figlio a carico. In caso di separazione, è necessario almeno un figlio a carico. 

È inoltre richiesto l’aver prestato lavoro per dodici mesi nel corso del 2024: in mancanza di questo requisito, l’importo del bonus sarà ridotto proporzionalmente. Coloro che sono esonerati dal bonus sono i lavoratori con un reddito imponibile inferiore a 8.500 euro.

L’erogazione del bonus non avviene automaticamente, ma deve essere richiesta dal datore di lavoro. Al momento, le tempistiche per questa richiesta non sono ancora state rese note. Dopo aver ricevuto la richiesta, l’azienda dovrà verificare se il lavoratore soddisfa i requisiti necessari: quest’ultimo dovrà indicare per iscritto il codice fiscale sia del coniuge che dei figli. Una volta confermata l’idoneità del dipendente, l’importo del bonus sarà erogato nella busta paga. Successivamente, l’azienda recupererà l’importo erogato sotto forma di detrazione fiscale.

Per avere maggiori informazioni sul nuovo bonus 100 euro o se cerchi un consulente del lavoro contattata lo staff dello Studio Riitano.

che fine fanno le ferie e i permessi non goduti
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Che fine fanno le ferie e i permessi non goduti in fase di dimissioni: pagamento e monetizzazione

Quando si lavora è del tutto normale avere bisogno di momenti dedicati al riposo, per recuperare le energie psicofisiche e ricaricare le batterie al fianco dei propri cari. Il riposo settimanale e le ferie retribuite rappresentano un diritto irrinunciabile del lavoratore. Ma cosa accade nel caso delle ferie e dei permessi non goduti quando ci si dimette?

Scopriamo i dettagli su questi elementi e che fine fanno nel momento delle dimissioni.

Ferie e permessi non goduti: cosa sono e come vengono gestiti 

La Costituzione italiana sancisce all’articolo 36 il diritto al riposo settimanale e alle ferie. Questo viene anche disciplinato all’articolo 2109 del Codice civile, che prevede le modalità di maturazione e fruizione delle ferie concesse dal datore, tenendo conto sia delle esigenze aziendali sia degli interessi del lavoratore, e all’articolo 10 del Decreto Legislativo 66/2003, che prevede come il dipendente abbia diritto in un anno a un minimo di 4 settimane di ferie. In particolare, 2 settimane devono essere usate nell’arco dell’anno di maturazione e le altre residue entro i 18 mesi dalla fine dell’anno di maturazione. 

Inoltre, specifici Contratti Collettivi Nazionali del Lavoro possono anche prevedere un ampliamento del periodo delle ferie, che può superare le 4 settimane e ci sono casi in cui il dipendente può stabilire con il datore anche un periodo di vacanza più lungo. 

I giorni di ferie si maturano nel corso dei mesi dal momento in cui inizia il rapporto di lavoro, in ragione di un rateo mensile pari a un 1/12 delle vacanze annuali. Per quanto riguarda le ferie maturate non ancora usate dal lavoratore si usa il termine “ferie non godute”.  

In merito alle ferie obbligatorie, pari a 4 settimane all’anno, il dipendente non può non farle e scambiarle con somme di denaro. Quindi, tutte queste ferie devono essere fruite entro il 30 giugno dell’anno successivo alla loro maturazione. Se non si rispettano questi termini l’azienda deve pagare all’INPS dei contributi previdenziali per le ferie non godute. La tassazione delle ferie non godute rappresenta un compenso ai fini fiscali ed è quindi soggetta all’imposta sostitutiva IRPEF.

Oltre a questo, il datore rischia di incorrere in una sanzione pecuniaria che può essere tra 100 e 4.500 €, in base al numero di dipendenti coinvolti e a quanto è durata la violazione. Infine, c’è il rischio che il dipendente citi in giudizio l’azienda, chiedendo il risarcimento del danno biologico ed esistenziale, subito per il mancato godimento delle ferie. 

Pertanto la scadenza delle ferie rappresenta un momento importante, da non dimenticare. Proprio per questo è necessario aver ben chiaro un piano ferie dei propri dipendenti, in modo da tenere monitorato il saldo delle ferie di ciascun lavoratore, evitando che le accumulino nel lungo periodo e intervenendo nei casi più critici. È utile far programmare ai propri dipendenti le ferie in anticipo in modo da avere un calendario preciso, scongiurando possibili sovrapposizioni. Per quei lavoratori che non possono usufruire delle ferie per ragioni personali o per particolari esigenze è previsto il differimento delle ferie, grazie al quale posticiparle a un periodo successivo all’anno in cui spettano. Questo è possibile solo una volta nel corso dell’anno.

Quando vengono pagate le ferie non godute? Casi particolari

Le ferie e i permessi non goduti vengono pagate solo in casi eccezionali. Fin tanto che il lavoratore presta attività per l’azienda questo non è possibile. Durante il rapporto di lavoro non si possono monetizzare le ferie: questo è previsto dalla normativa per tutelare la salute dei lavoratori, che necessitano di un periodo di riposo dal lavoro allo scopo di recuperare le energie psicofisiche.  

Un’eccezione è il caso in cui si abbia un contratto a tempo determinato, della durata di un solo anno, che prevede come si possa scegliere di non sfruttare le ferie, in modo da monetizzarle al termine del rapporto di lavoro. Il pagamento delle ferie non godute può anche accadere per quei lavoratori che hanno a disposizione più di 4 settimane di ferie annuali, potendo così farsi pagare le ferie eccedenti se non vengono usate. 

Per i contratti a tempo indeterminato nel momento della cessazione del rapporto di lavoro, le ferie non godute vengono retribuite. Nella fase delle dimissioni le ferie non godute sono incluse nel TFR, a meno che il contratto collettivo non lo escluda in modo esplicito. Nel caso il pagamento non avvenga, il lavoratore ha diritto a presentare, entro 10 anni, una richiesta scritta al datore tramite il mezzo della raccomandata.

Per avere maggiori informazioni sulle ferie non godute o se siete alla ricerca di un consulente del lavoro, contattate lo Studio Riitano.

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